Diana Daneluz
Un invito alla riflessione critica sul ruolo dell’IA nella produzione estetica e sui miti radicati di centralità umana e originalità creativa.
Nel cuore del dibattito contemporaneo sull’intelligenza artificiale, dove tecnologia e filosofia sono destinate a incontrarsi, si colloca un piccolo saggio, Estetica dell’intelligenza artificiale e il mito antropocentrico della creatività, scritto a quattro mani da Emanuele Arielli e Lev Manovich, e pubblicato nel 2024 da Numero Cromatico Editore, nella collana Sinapsi.
Per chi volesse approfondire, quel testo, in realtà, è la traduzione italiana di un articolo in inglese sempre scritto per Numero Cromatico, confluito nel libro "Artificial Aesthetics" (qui in inglese) che a breve uscirà in iItaliano presso l'editore Sossella.
Spoglio e concentrato, il suo cappello concettuale affonda le radici nel panorama digitale del XXI secolo, in cui sistemi basati su reti neurali e apprendimento profondo non solo generano immagini, musica o testi, ma sono anche in grado, ad esempio, di valutare artefatti secondo criteri estetici derivati dalle preferenze umane. La prima domanda che Arielli e Manovich pongono al lettore è insieme semplice e provocatoria: quando una macchina realizza una sinfonia, una pittura o un testo, possiamo definirla creatività in senso pieno? Oppure si tratta solo di una sofisticata imitazione di prodotti umani? Questa inquietudine epistemologica attraversa ogni pagina: l’Intelligenza Artificiale è esaminata non come semplice strumento, ma come soggetto potenziale di intenzionalità estetica. Viene così messa in discussione una delle ultime fortezze dell’antropocentrismo: la creatività. È davvero possibile concepire un’autonomia creativa al di fuori del soggetto umano? Il saggio non offre risposte definitive, ma articolazioni di senso che spingono chi legge a ripensare i concetti tradizionali di originalità, autorialità e percezione estetica.
Un punto di forza del testo è la sua capacità di incrociare orizzonti disciplinari: filosofia dell’arte, teoria dei media e studi culturali convergono per affrontare la sfida posta dall’IA alla nozione stessa di creazione. La questione autoriale, ad esempio, non è secondaria: se un algoritmo genera un’opera, chi è il suo autore? Il programmatore, il sistema, o il fruitore che seleziona e interpreta il risultato? Questa interrogazione richiama discussioni già presenti nella teoria estetica, ma le complica ulteriormente nella dimensione digitale. La prosa del saggio esprime l’intenzione di non rivolgersi solo a un pubblico specialistico, ma anzi di stimolare una riflessione condivisa e attuale. Il testo, infatti, non si limita a descrivere fenomeni, ma li interroga nel loro significato culturale più profondo, sollevando questioni etiche, estetiche e antropologiche che non è più possibile non affrontare.
Nonostante la brevità, ventisei pagine, il testo è un concentrato di stimoli: invita a considerare la possibilità che la creatività artificiale non sia soltanto una riproduzione di modelli preesistenti, ma una forma di espressione da comprendere alla luce di categorie nuove. In questo senso, si pone come ponte tra riflessioni filosofiche classiche e una cultura digitale in continua metamorfosi, dove la distinzione tra “umano” e “macchina” diventa progressivamente sfumata.
“Estetica dell’intelligenza artificiale e il mito antropocentrico della creatività” può offrire quindi un contributo ulteriore a chi desideri esplorare non solo cosa l’IA può fare nel campo dell’arte, ma cosa questo significhi per la concezione di creatività, soggettività e valore estetico nella cultura contemporanea. In un’epoca in cui le macchine non generano solo dati, ma sollevano domande sulla natura stessa dell’essere creativo, è un’utile lettura per orientarsi nel complesso paesaggio intellettuale in cui ci troviamo.
Per chi opera nella comunicazione, è una lettura consigliabile. Non spiega come usare l’intelligenza artificiale, ma aiuta a capire come la stiamo raccontando, e con quali impliciti simbolici, narrativi ed etici. I comunicatori lavorano ogni giorno sui concetti chiave di creatività, originalità, autorevolezza, identità, valore. Esattamente le categorie che l’IA sta mettendo in crisi. Gli autori mostrano come alcune delle narrazioni sull’intelligenza artificiale - entusiaste o catastrofiste - derivino da un mito antropologico mai davvero messo in discussione: l’idea che l’umano coincida con un’esclusività creativa e simbolica. Continuare a comunicare l’IA senza interrogare questo mito potrebbe significare produrre messaggi fragili, ideologici o inconsapevolmente difensivi. Nel testo i professionisti della comunicazione trovano una grammatica critica, l’invito a evitare semplificazioni narrative, elementi che possono rafforzare una competenza di mediazione culturale, fondamentale quando si raccontano innovazione, tecnologia e trasformazioni sociali.
In un’epoca in cui l’IA entra nei processi creativi, nei contenuti, nelle strategie e nei linguaggi, al comunicatore è se non altro richiesto di non limitarsi alla superficie funzionale degli strumenti, ma di leggere il contesto simbolico in cui gli strumenti operano. Il saggio invita a questo sguardo laterale, capace di smascherare automatismi e conformismi concettuali e restituire profondità al racconto di una intelligenza artificiale come snodo culturale contemporaneo.
Estetica dell’intelligenza artificiale e il mito antropocentrico della creatività
Autori: Emanuele Arielli | Lev Manovich
Editore: Numero Cromatico
Collana: Sinapsi
Anno: 2024
ISBN: 9788894709148
Formato chiuso: 12,5 x 18 cm
Numero di pagine: 28, italiano
Stampa Risograph su carte riciclate Favini