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Assemblea di Ferpi Lazio: la riflessione di Orietta Rappolli

05/10/2011

I professionisti della comunicazione, troppo spesso, sono più attenti all'immagine che alle relazioni. Alcune considerazioni di _Orietta Rappolli._

di Orietta Rappolli
Quando ci riferiamo a una realtà, la definiamo, la “intitoliamo”, in contesto colloquiale ricorre spesso l’espressione “diamo un nome alle cose”…
Niente di più corretto, e di chiaro.
Almeno nelle intenzioni.
E’il linguaggio ora della convenzione, ora quello tecnico, ora dell’uso comune, quello che “è entrato a far parte del quotidiano”e pertanto, se non l’ha fatto ancora, entrerà con tutti gli onori orizzontali, e con qualche sdegno verticale, dei puristi ben inteso, che qualche volta ne hanno ben donde, prima o poi nei dizionari…
Fatto è che la lingua è bene prezioso più che mai, con buona pace di chi si prodiga a svilirla, e con essa, non fatemi dire “comunichiamo”, non ne posso più dell’inflazione che subisce e dei sensi “contraffatti” che si porta dietro in ogni occasione, più profondo è dire: “viviamo”.
Ed è una responsabilità, da gestire con onestà. Garantendo la corrispondenza delle affermazioni, e delle azioni che l’accompagnano, alla verità.
L’etica e la deontologia ne sanno, e ne insegnano, qualcosa.
E se ne pesassimo di più le “libbre”?
E se provassimo a spogliarci di modi e maniere da vecchi cerimonieri?
E se sfidassimo la forza di gravità del Relatore Pubblico tutto tic e movenze di corte, lui che “impersona”, accidenti, il ruolo con l’impostazione, il sorriso, il frasario, già, campionario codificato, sì insomma, quello del “comunicatore”, che ce l’ha solo lui (il frasario) attenzione (e appena poche altre migliaia di incarnazioni professionali, qualcuno lo dovrà informare…), stantio, e a vaghe inconsistenze, seppur, crediamo vanamente ancora, a tratti colorito, ma qui siamo nell’Olimpo di alcuni RPM (en) piuttosto in gamba, intrattenitore…
Perché si sa, il comunicatore è anche un po’giullare dentro, cantastorie, terzicoreo perché no, e prima di “imbonire”, è bene che culli occhi ed orecchie, con gesti controllati ma distesi, guai tradirsi, citazioni, calembour, alti e bassi di toni…, ah questi comunicatori, ne sanno una più del diavolo!
Ci piace, insomma, un po’ saltimbanco, che conturba, diverte, spiazza con qualche colpetto colto, ma attenzione, colto semplificato, che giova al locutore e al “locuto”, ops all’inter-locutore.
E invece, che tristezza, lasciatemelo dire.
Vecchi stili, sui quali “esperti”, non me ne vogliano, loro sì sono ben fondati, antropologia e filosofia, sociologia e tutte le scienze che da secoli tentano di “espugnare” la mente (e il corpo), si lambiccano per “darvi un senso”.
E che novelle schiere di coach si affannano, detto con simpatia, a manipolare…
Ma ce l’hanno, poi, questo senso?
A ben vedere, visti i “dati di ascolto”, mi si conceda il giochetto, misuriamo anche il consenso/dissenso della vita “vera” secondo un auditel, tanto è entrato nel delirio generale in cui l’esistenza si è fatta virtuale, funzionano.
Se riempiti di contenuto, perché no, stili costruiti all’uopo fanno scuola, e che scuola, giù giù a scendere fino dal macellaio, quei pochi ancora in giro…purtroppo.
Come si fa con il marketing, solo che qui il “prodotto” da far passare spesso è un’idea.
Non solo, ma certo prima è la persona stessa che “dialoga”, e immediatamente se di “dialogo” si tratta, appunto, ma c’è da non esserne sicuri, l’”altro”, come si dice? il destinatario, il ricevente, il pubblico, il target…, e se di interazione si tratta…giù a concretarla in feedback, analisi, percentuali, noi diciamo monitorare…
Oddio, a starne fuori, fa quasi impressione.
Ma chi ne è più fuori?
Siamo nell’era dell’immagine e della comunicazione (io ce l’ho anche sul biglietto da visita, caspita), altra definizione trita e ritrita.
Ma è la verità.
E siamo davvero sicuri di poter “recintare” in una categoria professionale, un fenomeno tanto planetario e tanto vischioso come le sabbie mobili, restando confinati in una “provincia” che uomini e donne poco visionari (sì, leggi bene, ho detto visionari) hanno il gusto di “trattenere” invece di “smontare”…sdoganare…
Altro che “glocal”….
Si sono appena svolte le elezioni di Delegazione. Niente di inebriante, è la verità. Sebbene, a sentire i senior, non se ne vedevano così affollate da anni…
Buon segno? Conclusione facile e affrettata. Io c’ero.
Lasciatemelo dire.
Il numero rispondeva al gran da fare di una piccola campagna svolta alla spicciolata nelle due settimane precedenti. Prima, di candidati e intenti neanche l’ombra.
Carino e divertente essere corteggiati trasversalmente…tengo a dire, non mi mancano i corteggiatori nella vita privata!
Mentre facevo scudo al mio candore da Alice nel paese delle meraviglie…
Soprattutto nuovo, ciascuno si sarà sentito per una volta, parte attiva, vivendo un giorno da coprotagonista. Di questi tempi, di gran moda.
E ha consentito, a me, per esempio, ma credo non solo, di conoscere la voce e il volto di qualche nome e cognome in più, altrimenti custodito nell’”aura” della notorietà interna o, peggio, dell’anonimato.
E durante la votazione, tutti i bipartisan dei miei stivali, lasciatemelo dire, e io ne sono una, a prendere posizione di qua o di là.
E io a rammentare, tra me e me, un aforisma delizioso, attribuito a Brecht “Ci sedemmo dalla parte del torto, visto che gli altri posti erano occupati”.
La sera, seguendo Porta a Porta, e le ultime della politica, accidenti, vivevo un déjà-vu…
Poi, più nulla.
Divertente anche questo, “passata la festa gabbatu lu Santu” recita un fantastico detto popolare…
Un’associazione dev’essere “rincorsa”, sostiene qualcuno, traduco io l’espressione originaria più soft…ma di questo si tratta.
Un socio attivo, se non è previsto nello Statuto, è quantomeno apprezzato, ci sta.
Ma che io, socia basica, come amo definirmi, pur professionista accreditata, ah dimenticavo, anche Giornalista, per completezza, e nel possibile “presente”, debba stuzzicarmi l’appetito da me stessa, non rientra nel “fascino”, vogliamo dire così?, di far parte di un “mondo”.
Si fa un bel dire di fare rete, ops noi lo diciamo meglio: “networking”, ma local, glocal, national, international, mondial…insomma, all’atto, inter nos, scopriamo alcuni dei vizi storici di chi insegue e persegue il proprio piccino obiettivo e “intende” l’altro in funzione.
Andavo dicendo, felice bersaglio della piccola campagna interna recente, proprio a qualche solerte collega, detto senza ironia, di professione e di federazione, che ad essere “indipendenti” e a non esporre un “distintivo” si può diventare a tratti trasparenti.
Cosa che io trovo davvero divertente, esilarante.
Lasciatemelo dire.
E così utile, a scremare…
Se non fosse seccante.
Non c’è da prendersela certo con l’Associazione. Che fa di tutto, o quasi, per avere e dare prestigio e sostanza a un settore davvero complesso.
Cos’è un’associazione (a proposito di dare un nome alle cose…)? Un’entità aliena che vive di vita propria, o piuttosto un organo, oddio che impressione questa definizione, una “comunità”, ecco questa sì che mi soddisfa, composta e “curata” da persone?
Le più svariate, ma unici motori e attori.
Che “devono” saper comunicare. Non “saperci fare”.
Lasciatemelo dire.
E allora faremmo bene ad averne davvero cura di questa benedetta Comunicazione, un po’ meno dell’Immagine, viste le devastanti derive sociali verso cui galoppa la seconda quando si svuota…nell’accanimento…
Ma non è tutto da demolire, intendiamoci.
Ci mancherebbe altro, e qui viene il bello.
C’è tanta nobiltà nel Comunicare.
Mi correggo: è l’uomo, e l’Uomo, che ci piaccia o no, è un affare nobile.
Da maneggiare con cura.
Viene da dire ogni tanto però, che quelli che lo fanno peggio sono proprio i Comunicatori.
Una razza che, grazie a Dio, si è fatta un po’ meticcia, viva la democrazia.
Si è contaminata, di musicisti, scrittori, artisti, poeti e naviganti…sì da rompere una “casta” che Casta, no, proprio non è.
Lasciatemelo dire.

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