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Chi racconta chi?

06/11/2026

Federica Zar, Consigliera Nazionale con delega alla Comunicazione

Il genere dell’informazione e la responsabilità di comunicare

 

«Come si parla di donne». Già il titolo dice molto. Perché raccontare le donne non significa soltanto verificare quante volte compaiano sulle pagine dei giornali, ma interrogarsi su come vengano raccontate, quali parole vengano utilizzate, quali ruoli vengano loro attribuiti e, soprattutto, quali voci vengano considerate autorevoli.

 

È questo il punto di partenza di «Come si parla di donne», il volume curato da GiULiA giornaliste e pubblicato da All Around nella collana dei Quaderni della Fondazione Murialdi. Il libro raccoglie e sistematizza un anno di lavoro della rassegna stampa «Sui Generis», l’osservatorio che dal 2020 analizza con uno sguardo critico e di genere il modo in cui la stampa italiana racconta le donne.

 

Un lavoro che parte dai numeri, ma non si ferma ai numeri. L’obiettivo è osservare contemporaneamente le donne come protagoniste delle notizie, fonti dell’informazione e professioniste che l’informazione la producono. E il quadro che emerge invita a una riflessione che riguarda direttamente anche chi, per professione, si occupa di comunicazione.

 

Uno degli elementi più significativi è infatti la persistente sottorappresentazione femminile nei luoghi dell’autorevolezza. Le donne continuano a essere meno presenti nelle prime pagine, negli editoriali, nei commenti e nelle analisi. In una rilevazione della rassegna del luglio 2025, per esempio, le firme maschili in prima pagina erano 966 contro 297 femminili; negli editoriali, commenti e analisi 155 contro 36; nelle interviste 251 contro 62.

 

Non è soltanto una questione di equilibrio numerico. È una questione di rappresentazione della realtà. Chi viene chiamato a commentare un fenomeno contribuisce infatti a definirne il significato. Chi viene presentato come esperto contribuisce a stabilire chi possiede competenza. Chi viene citato, fotografato, intervistato o invitato a esprimere un’opinione entra nel racconto pubblico e contribuisce a costruire l’agenda dell’opinione pubblica.

 

Per questo il tema riguarda da vicino anche le relazioni pubbliche e la comunicazione d’impresa e istituzionale. La scelta degli interlocutori, degli esperti, dei testimonial, delle immagini e delle parole non è mai neutrale. E non lo è neppure il modo in cui una persona viene descritta.

 

Il monitoraggio di GiULiA mostra, per esempio, che alcuni ambiti hanno registrato segnali di maggiore attenzione, come la narrazione della violenza di genere, mentre altri – a partire dallo sport – continuano a riprodurre sottovalutazioni e stereotipi.

 

È proprio qui che il lavoro di «Sui Generis» diventa interessante anche per chi non fa giornalismo. Perché gli stereotipi non nascono soltanto nelle redazioni: attraversano la società, il linguaggio quotidiano, la pubblicità, la comunicazione politica, quella istituzionale e quella organizzativa.

 

E il comunicatore ha una responsabilità precisa: non limitarsi a fotografare la realtà, ma contribuire a rappresentarla in modo più completo.

 

Significa, concretamente, chiedersi se una lista di esperti comprende anche competenze femminili; se una campagna racconta le donne soltanto attraverso determinati ruoli; se una comunicazione istituzionale utilizza un linguaggio rispettoso e inclusivo; se nelle immagini le persone sono rappresentate come soggetti o soltanto come elementi decorativi; se, ancora, dietro la parola «esperto» si continua inconsapevolmente a immaginare soprattutto un uomo. È una questione di etica professionale, certo. Ma anche di qualità della comunicazione.

 

Una comunicazione che esclude, semplifica o stereotipizza perde infatti pezzi di realtà. E una realtà raccontata solo attraverso una parte delle sue voci è inevitabilmente meno credibile, meno rappresentativa e, alla fine, meno efficace.

 

Il valore del volume di GiULiA sta allora anche nel proporre uno specchio a chi comunica. Un invito a guardare non soltanto il messaggio che costruiamo, ma anche le persone che scegliamo per costruirlo e per rappresentarlo. Perché la domanda «come si parla di donne?» può diventare una domanda più ampia, che riguarda tutti noi: chi parla, chi viene ascoltato e chi rimane fuori dal racconto?

 

Per una professione che ha nelle relazioni, nell’ascolto e nella costruzione della reputazione alcuni dei propri fondamenti, è una domanda dalla quale non possiamo sottrarci.

 

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