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Corruzione: una ricerca per scoprire la diffusione nella PA

18/01/2012

Le cronache nazionali mostrano quotidianamente episodi più o meno gravi di corruzione, un fenomeno talmente diffuso da essere ritenuto normale. _Carlo Mochi Sismondi_ propone una severa riflessione su un malcostume tutto italiano e presenta una ricerca, dedicata da dirigenti e funzionari pubblici per fotografare lo stato della situazione.

di Carlo Mochi Sismondi
Accostare il fenomeno carsico e diffuso della corruzione al male supremo dell’Olocausto, evocato dal titolo del celeberrimo e terribile libro di Hannah Arendt, è forse ardito, ma la tranquilla protervia, la serena perseveranza nell’aderire e nutrire un sistema di continua corruttela, e quindi di continuo sopruso, che emerge ogni giorno da luoghi diversi e da tante e diverse istituzioni del Paese, mi inquietano profondamente. Delle cronache giudiziarie quotidiane mi allarma appunto la “normalità” delle procedure, la banale contabilità delle elargizioni in denaro o natura, la sicurezza dell’impunità, l’attesa e scontata assoluzione da parte di gran parte dell’opinione pubblica ormai rassegnata, perché “così va il mondo”, la scarsa fantasia, che spesso confina con una sconcia sfrontatezza, delle scuse addotte quando le inchieste scoprono qualche mano nella marmellata.
Come sarebbe stato impossibile il male indicibile del nazismo senza un’adesione esplicita o silenziosa di una gran parte del popolo tedesco, così è impossibile lottare con successo contro la corruzione e la mal’amministrazione senza una precisa consapevolezza di quanto essa sia diffusa, ma soprattutto percepita come normale dagli addetti ai lavori e dai cittadini, ne partecipino o meno.
I danni di questo stato di cose sono gravissimi e vanno almeno in due direzioni: da una parte il danno economico, tanto più grave ora che con fatica ci scopriamo tanto più poveri di quel che avevamo immaginato; danno che deriva non solo dall’aggravio dei costi, dalla scelta non meritocratica delle forniture e delle persone, dalla mortificazione della concorrenza, ma anche e forse di più, dalla diffidenza diffusa che suggerisce, proprio mentre ci arrendiamo al male, procedure e toppe sempre più complicate che deresponsabilizzano chi deve scegliere e lo mettono in uno stato di continuo sospetto. È per questo che in Italia il sistema del procurement pubblico è così inefficiente ed è, ad esempio, così incapace di comprare innovazione, ma al massimo riesce ad acquistare ad un nominale “massimo ribasso” pezzi di ferro e linee di codice, senza mai chiedersi qual è l’outcome del progetto nel suo complesso.
Ma il danno peggiore è certamente quello che nasce appunto dalla normalità che viene attribuita alla ricerca dell’interesse privato, comunque sia, al sistema dello scambio di favori, dell’accordo sottobanco, dell’appropriazione degli uffici pubblici, non più servizio, ma status e privilegio. Da qui, di converso, viene la percezione dell’anormalità del fare il proprio dovere. Un segno chiaro e scandaloso di questo l’ho letto nella reazione stizzita (e per me oscena) di alcuni politici contro i controlli diffusi della Guardia di Finanza e dell’Agenzia delle Entrate a Cortina. Una cosa “normale” appunto (non chiamatelo blitz per favore!), svolta banalmente dove ci sono i soldi‐perché l’anormalità sarebbe stata fare un blitz a Tor Bella Monaca!‐ diventa appunto eccezione, pietra di inciampo, disturbo colpevole.
Che fare allora? Non rassegnarsi, prima di tutto, ma poi non farsi prendere neanche troppo dalle reazioni di pancia, ma restare lucidi e vigili e, per prima cosa cercare di capire a che punto siamo. È questo il senso della ricerca che, con un pizzico di incoscienza, lanciamo oggi assieme a Gogol.it che trovate descritta e proposta in questo articolo. È rivolta a dirigenti e funzionari pubblici e ci dirà prima di tutto se la nostra visione così pessimistica è reale, ma poi ci proporrà anche le vostre idee su cause e strumenti di contrasto.
Spero che risponderete numerosi, sarà anche questo un segno di non rassegnazione: il silenzio è da sempre il miglior alleato del male.
I risultati vi saranno restituiti prontamente, ma saranno anche messi a disposizione degli Organi di Governo competenti, a cominciare dalla nuova Commissione che il Ministro per la PA e la semplificazione ha istituito.
Tratto da Saperi PA

In proposito Toni Muzi Falconi mostra un piccolo spaccato della situazione nella maggior parte dei paesi europei e propone una possibile soluzione:
Un piccolo passo avanti dei relatori pubblici contro la corruzione?
Art. 12 – Traffico d’influenza
Ciascuna Parte adotta le necessarie misure legislative e di altra natura affinché i seguenti fatti, quando sono commessi intenzionalmente, siano definiti reati penali secondo il proprio diritto interno: il fatto di promettere, offrire o procurare, direttamente o indirettamente, qualsiasi vantaggio indebito, per sé o per terzi, a titolo di rimunerazione a chiunque afferma o conferma di essere in grado di esercitare un’influenza sulla decisione di una persona di cui agli articoli 2, 4–6 e 9–11, così come il fatto di sollecitare, ricevere o accettarne l’offerta o la promessa a titolo di rimunerazione per siffatta influenza, indipendentemente dal fatto che l’influenza sia o meno effettivamente esercitata oppure che la supposta influenza sortisca l’esito ricercato.
Ecco il testo della vigente normativa svizzera. La stesso testo si ritrova nei sistemi legislativi di numerosi altri paesi europei come Gran Bretagna, Belgio, Paesi Bassi, Finlandia, Svezia, Norvegia, Portogallo e Grecia.
In Italia no.
Il nostro Parlamento non ha mai voluto ratificare questa direttiva europea che risale al 1999.
Appare evidente a chiunque che il suo recepimento punirebbe il comportamento di chi riceve compensi per far ottenere al committente favori da un pubblico ufficiale, fungendo in sostanza da intermediario.
Certo, non è tutto. Ma se ci muovessimo per ottenere intanto questo potremmo fare un passo avanti. O no?

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