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Dati, statistica e comunicazione nel calcio

28/04/2016

Il calcio non è una scienza ma certamente la scienza e il metodo scientifico possono essere applicati al calcio, nel senso che nuovi dati e uso della statistica possono aiutare i professionisti che si muovono in un mondo che è anche un mercato miliardario. A dirlo Luciano Canova, autore insieme a Carlo Canepa de “La scienza dei goal”, in un'intervista esclusiva per Ferpi.

“Amazon, nel corso del 2015, ha registrato un fatturato maggiore di 88 miliardi di dollari, che in euro fa circa un’ottantina. L’intero sistema calcio, in Europa, nel corso dello stesso periodo ha prodotto un ammontare di ricavi di soli 6 miliardi di euro. Questa cifra ci serve per far capire che, seppure con un incremento del 14% sull’anno precedente, il mondo del pallone non sembra rappresentare dal punto di vista industriale un mercato così rilevante.” Eppure i numeri e la statistica sono fondamentali nelle strategie, supporto indispensabile alla comunicazione e marketing che delle imprese sportive sono l’anima, come raccontano Carlo Canepa e Luciano Canova ne “La scienza dei goal” (Hoepli). Ne abbiamo parlato con Luciano Canova, docente presso la Scuola Enrico Mattei. Divulgatore scientifico, autore di "Pop Economy” (Hoepli 2015), collabora con diverse testate, tra cui Lavoce.info e GliStatiGenerali.com. È Professore di Economia della Felicità sulla piattaforma digitale Oilproject.org

 




 

Il calcio è diventato una scienza?
Sicuramente no, ma la scienza e il metodo scientifico possono essere applicati al calcio, nel senso che nuovi dati e l'uso della statistica possono senz'altro aiutare i professionisti che si muovono in un mondo, non dimentichiamolo, che è anche un mercato di diversi miliardi di euro.

Viviamo nell’epoca dei BIGDATA in cui dati e numeri sono fondamentali per capire i fenomeni. Quelli del calcio sono poco conosciuti, eppure sono alla base di strategie così come nelle attività di comunicazione e marketing. Cosa ti ha spinto a scrivere un libro su questo tema?
Di fatto, io e il mio autore Carlo Canepa condividiamo due passioni: quella per il calcio, divisi dal derby d'Italia (lui è juventino e io interista) e quella per le scienze comportamentali. Negli anni, lavorando insieme, abbiamo raccolto una mole di studi scientifici dedicati al pallone e che usano i suoi dati. Ed è nata abbastanza naturalmente l'idea di costruirci sopra un racconto, per quanto si tratti di un saggio. Abbiamo infatti strutturato il testo come una partita, divisa tra primo e secondo tempo.

Il libro, attraverso un’organizzazione che rispecchia quella di una società calcistica, analizza tutti gli aspetti di una squadra in chiave economica. Quanto l’economia ha cambiato il mondo del calcio?
L'economia incide tanto, soprattutto perché i ricavi di una squadra, tanto più in tempi di Financial Fair Play, sono sempre più importanti. Una società deve trovare le risorse per pagare i propri giocatori e per investire sui propri talenti. Poi non bisogna mai dimenticare che, in ogni caso, le società calcistiche rappresentano aziende un po' particolari: non sono imprese il cui obiettivo è la classica massimizzazione dei profitti, ma sono piuttosto aziende che puntano a massimizzare le vittorie. E questi sono due obiettivi strategici molto diversi. Non stupisce, dunque, quanto sia difficile fare profitti nel mondo calcistico. E lo dico da interista: nonostante le buone intenzioni e la serietà del progetto, Thohir sta avendo molte difficoltà a risollevare l'Inter dalla mediocrità in cui è piombata dopo gli anni gloriosi del Triplete. Ecco dunque la prospettiva di vendere una parte delle quote al colosso cinese Suning. Ed è probabile che non sia finita con il 20% delle azioni.

Il libro si apre con una poesia di Saba. Cos’è che fa sperare, anche alla luce dell’analisi fatta dal libro, che il calcio non sia sono business?
Abbiamo cominciato con Saba proprio per tranquillizzare i lettori: il calcio è poesia e imprevedibilità. La statistica aiuta ma non è una scienza dei miracoli. Le squadre, e meno male, sono sistemi complessi. Il che, per esempio, fa sì che, nonostante Totti abbia 40 anni suonati, il Capitano possa entrare agli sgoccioli di una partita e segnare due goal determinanti per la stagione della Roma.

Qual è il rapporto tra statistica e comunicazione?
Credo sia molto importante e lo dico da scienziato sociale. Viviamo nella società dei dati, quindi sempre più i metodi quantitativi serviranno, e già servono, per fare corretta informazione e, conseguentemente, corretta comunicazione. Anche il giornalismo è spesso e sempre più data journalism: basti vedere l'incredibile lavoro di Nardella al Guardian. La forza di un argomento empirico (ben costruito, si intende) rafforza il potere di un messaggio e la capacità di veicolarlo a un pubblico sempre più ampio.

Come il web e i social hanno cambiato la comunicazione dello sport?
In Italia, siamo ancora agli inizi. Basti vedere il gap che separa le principali squadre europee (Man U, Bayern, Real e Barcellona) da quelle italiane, in quanto a followers Twitter, Likes sulla Pagina Facebook e, in generale, presenza sui social media. Il fatto è che i social media sono uno strumento necessario di marketing digitale: il tifo è engagement. E la ux del tifoso deve essere coccolata. E' l'unico modo per garantire una crescita sostenuta dei ricavi (che, lo ripeto, sono fondamentali oggi per il bilancio di una squadra di calcio).

Il mondo del calcio è un sistema relazionale che vive di relazioni. Quanto le società hanno consapevolezza del loro capitale relazionale e quanto contano le relazioni pubbliche?
Contano tantissimo ma, se posso dirlo da osservatore tutto sommato esterno, ho la sensazione che, ancora oggi, questo capitale non sia completamente sfruttato, se non in chiave 'tradizionale'. Alludo, cioè, a quella logica un po' provinciale per cui si occupa (e si può occupare) di calcio solo chi ne ha fatto parte in passato: ex giocatori, ex allenatori, che invadono i media come opinionisti. Molti sono competenti, per carità, ma rimane un enorme gap. E non c'è alcuna appartenenza di diritto, voglio dirlo forte e chiaro, all'industria calcio. Uno può anche essere stato un campione sul terreno di gioco, ma se non studia e non acquisisce le competenze professionali necessarie per gestire un team (management, comunicazione, data science, etc.), serve a pochissimo alla società. Non me ne vogliano i tifosi della Roma, ma è il motivo per cui non sto dalla parte di Totti, che sembra quasi invocare un diritto divino al rinnovo del contratto. E si scontra, infatti, con la mentalità imprenditoriale della proprietà americana.

 

 

La copertina del libro

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