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Diversity & Inclusion: a che punto siamo in Italia?

26/06/2020

Toni Muzi Falconi

Dal Black Lives Matter Movement alle iniziative del Pride Month, il tema della diversità e dell'inclusione delle minoranze si è fatto sempre più caldo. Ma a che punto siamo in Italia? La proposta di Toni Muzi Falconi a partire da "Race in PR", un recente report della britannica CIPR.

Se prendiamo per buoni i 50 anni di Ferpi, oppure ci riferiamo ai 66 anni (1954 data di fondazione a Roma dell’IPR che nel 2004 Ferpi prima inglobò e poi assorbì), la nostra comunità professionale ha sempre ignorato, sorvolato, fatto spallucce (quando non denigrato) la questione specifica della "diversità" (genere, razza, colore, preferenze sessuali).

In qualche momento della nostra storia, ricordo qualche collega (perlopiù ignorato) che stigmatizzava l’eccessiva presenza femminile (che allora ostacolava la scalata ai piani alti delle organizzazioni). Poco altro.

In altri Paesi ove per ragioni intuibili l’argomento era più stringente, le cose si sono mosse e le comunità professionali - soprattutto in Nord Europa e Stati Uniti - hanno spesso tematizzato la questione.

Ma i risultati non sono particolarmente brillanti.

Negli Stati Uniti l’accesso di giovani bianchi di sesso maschile ai corsi di laurea in relazioni pubbliche è enormemente diminuito mentre in UK, come testimonia questo rapporto appena reso pubblico dagli inglesi del CIPR, la situazione post Brexit è esplosa - sì - ma peggiorata.

In Italia? Si fa fatica a inventare termini da inserire nel motore di ricerca di questo sito per scovare qualche accenno, anche minimo, alla questione.

Niente da fare, dobbiamo riconoscere un radicale fallimento intorno ad una tematica che in questi ultimi tempi in Italia ci è letteralmente esplosa fra le mani.

E’ chiaro che ognuno di noi è il risultato dell’ambiente che frequenta, lavorativo o privato (sempre che la distinzione regga ancora).

Ma di certo non credo che si possa continuare a fingere che la cosa non ci riguardi e che basti un atteggiamento di "benign neglect".

Faccio un rapidissimo esempio personale: in diverse stagioni ho fatto ricerche e docenze in alcuni Paesi come Siria, Iran, Giordania, Egitto, Albania, Grecia, Turchia. Studenti assai preparati e di certo non peggiori dei nostri. Molti di questi negli anni sono emigrati, fuggiti o esplusi e diversi sono finiti in Italia. Molti hanno applicato da noi le conoscenze acquisite negli studi alla mediazione culturale, al giornalismo, alle relazioni per gli Sprar e le comunità migranti. Diciamo che esiste da noi (anche se nessuno, che io sappia, ha mai tentato di studiarla o quantificarla) una specifica comunità professionale. Mi vengono in mente ipotesi di lavoro e colleghi che se volessero potrebbero argomentare, impostare e realizzare un piano di ricerca, identificazione, aggiornamento e collocamento per questi nostri colleghi (ripeto, sesso, etnia, preferenze sessuali).

Ci vogliamo provare?

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