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Due amen per Donald

27/09/2016

Toni Muzi Falconi

In esclusiva per Ferpi, il resoconto in diretta del dibattito presidenziale di Kara Alaimo, professore di relazioni pubbliche alla Hofstra University, in collegamento con Toni Muzi Falconi. Un evento che ha visto Hillary Clinton fermare la corsa alla Casa Bianca di Donald Trump e che ha rappresentato il risveglio del sistema televisivo nell'era dei social.

Do per scontato che tutti abbiamo visto il dibattito di ieri notte e che siamo abbastanza familiari con l’inglese per avere capito la sostanza di quel che si è detto e sufficientemente esperti nel capire il linguaggio del corpo per capire chi ha vinto.

Nessuna pretesa dunque da parte mia e neppure della mia partner in questa inedita avventura (la bravissima collega - come docente e come professionista - Kara Alaimo, anche autrice di un recente libro assai utile per ciascuno di noi.

L’intenzione è invece di sviluppare un dialogo a distanza fra noi due (lei nel cuore - la spin room - della Hofstra University a Long Island dove insegna; io a qualche chilometro di distanza dall’altra parte di Long Island a Gramercy, ove ho il privilegio di vivere quando sono qui, attaccato al televisore e curioso come una scimmia.

Un dialogo fra professionisti rivolto ad altri professionisti per verificare se ha senso usare la nostra comune esperienza professionale per imparare e trasferire qualcosa in più a chi ci legge.

Dal mio punto di vista il dibattito è stato, ad oggi, il più clamoroso evento di comunicazione politica del secolo. In più il dibattito ha testimoniato (ma è una mia opinione personale, certamente di parte… ma fondata anche in parte su questioni professionali) che Trump ha talmente usato e sottolineato l’espressione looser riferito al suo avversario e al suo Paese ed ha talmente insistito con un linguaggio del corpo fortemente sconsigliabile (non riusciva a controllarsi... davvero impensabile per un conduttore di trasmissioni televisive di successo) che ha convinto gli indecisi (quelli che stasera sono veramente importanti) che il vero looser è lui.

Amen 1.

Se fosse vivo lo storico Daniel Boorstin lo avrebbe definito il più clamoroso esempio di quella tendenza allo pseudo evento che denunciava nel 1961 (55 anni fa!!) con il declino del ‘sogno americano’ The Event.

(ricordo personale)

Boorstin era direttore della Library of Congress, padre di un giovane che aveva sposato una mia giovane cuginetta inglese (poi divorziata), quando avevo avuto il privilegio di conoscerlo nel 1976 al Kennedy Center per le celebrazioni del bicentenario americano.

Insieme a Paolo Grassi e a Claudio Abbado fummo ospiti con la troupe del Teatro Alla Scala. L’iniziativa era stata resa possibile da un generoso grant della Philip Morris (mio cliente allora. Il buon Giorgio Forattini aveva pubblicato sulla prima pagina de La Repubblica, appena uscita in quei giorni, una vignetta con Abbado che dirigeva l’orchestra dietro un pacchetto di Marlboro come palco…. E poi al ricevimento ufficiale l’episoodio clamoroso mentre giro con la troupe tv una serie di interviste a celebrità per conto di Telemilano (sì, Berlusconi... siamo nel 1976 e Giorgio Medail mi aveva chiesto il favore) ero in giacca bianca immacolata quando una lampada di quelle grandi e alte cade rovinosamente sul mio naso da cui sgorga un fiume di sangue sulla giacca proprio mentre parlo con la first Lady…

Scusate il ricordo e la digressione compiacente... e torniamo a noi.

Chiedo a Kara: ma questo grande risorgere della televisione (i 100 milioni di spettatori) non oscura un po’ il nostro diffuso mito dei social?
Kara - I social svolgono un ruolo che non è mai stato così importante ma il dibattito presidenziale mette i candidati a confronto con domande filtrate e risposte verificate attraverso un moderatore neutrale: e questo è un bene per la democrazia.
Ma che cosa fai nella spin room, qual è il tuo ruolo?

Kara - Da membro della Faculty ed esperta di cose internazionali, concedo interviste a giornalisti esteri, a partire della BBC con la quale ho appena terminato e l’olandese De Telegraaf che mi aspetta fra cinque minuti.
Rispetto poi al tuo richiamo a Boorstin, mi pare centrato ma vorrei dirti che secondo me questo evento è stato un evento ‘reale’ e non un pseudo evento: rappresenta una parte essenziale del percorso elettorale e il mondo non ha mi visto uno scontro diretto fra Trump e Hillary . Il suo esito potenzialmente può influenzare quell’8% di voto ancora indeciso e questo può benissimo decidere l’esito elettorale: altro che pseudo!

Se tu fossi lì a consigliare Trump, cosa gli diresti?

Visto il poco tempo che rimane all’8 novembre è nell’interesse di entrambi i candidati di ‘apparire’ presidenziali (la nuova buzzword di queste elezioni). La teatralità di Donald Trump non funziona per attirare i voti degli indecisi che è l’unica ragione vera di questo dibattito.

Parliamo adesso dei ‘preparatori’ o ‘allenatori’: Roger Ailes (che se non ricordo male aveva avuto anni fa un rapporto professionale con la nostra bravissima collega friulana Maria Bruna Pustettu) per Trump e Philippe Reines per la Clinton e già compagna di lavoro di Kara quando era alla Casa Bianca.

Questo dell’allenamento allo scontro (murder board) è una pratica assai utile… purchè (aggiungo io) il consulente strategico non partecipi in prima persona allo scontro.

Purtroppo, la verità è che i miei colleghi non si fidano delle dinamiche dello scontro di altri con il loro cappo e vogliono essere presenti, finendo per mettere in imbarazzo entrambi i contendenti.

Ma secondo te il dibattito è interessante per gli incerti? Il linguaggio del corpo dei due ha un ruolo rilevante? Trump appare spesso annoiato oppure insofferente mentre la Clinton appare spesso ironica e sarcastica. Impressionante la bravura con la quale ha glissato sulla questione delle e-mail e altrettanto come lui ha rinunciato ad insistere… Come aveva fatto Bernie Sanders…

Per Kara non c’è dubbio che gli indecisi possono essere orientati, che la Clinton appare Presidenziale e decisa mentre Trump è confuso, annoiato, sgradevolmente ‘attaccato’ al podio e solo qualche volta cattivo. Per di più, aggiunge Kara, ha confermato la sua strutturale misoginia non quando ha detto che Clinton non aveva ‘stamina’ da Presidente, lasciando intendere che era donna.

Amen 2.

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