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Ferpi: il coraggio di cambiare

28/03/2011

Continua il dibattito sul futuro della Federazione in vista della prossima Assemblea nazionale dei soci che quest’anno è chiamata ad eleggere il nuovo Consiglio Direttivo e il Presidente. Le proposte di _Fabio Bistoncini,_ già vicepresidente Ferpi.

di Fabio Bistoncini
Competenza e passione sono valori che sento miei. Cerco di applicarli alla mia vita, professionale e non, quasi quotidianamente.
Sono molto contento dunque che Patrizia Rutigliano – che non conosco personalmente – si proponga, come Presidente della Ferpi, qualificando la propria esperienza umana e professionale con almeno uno di questi due termini (sono troppo vecchio per l’entusiasmo…).
Una candidatura che si prospetta plebiscitaria se guardiamo il numero e la qualità dei sottoscrittori dell’appello: gli attuali Presidente e Vice Presidente, i “past” degli ultimi 8 – 10 anni, la quasi totalità del Consiglio Nazionale, numerosi delegati regionali, il Presidente di Assorel…
Da vecchio estimatore delle procedure da Politburo dovrei essere solamente contento. Eppure c’è qualcosa che mi lascia perplesso.
In questo momento sono molto concentrato sull’analisi dell’involuzione e della crisi degli organismi di rappresentanza intermedia: professionali, imprenditoriali, sindacali.
E ho maturato la convinzione che una delle ragioni di questa situazione sia dovuta all’incapacità di questi soggetti di modificare i propri atteggiamenti e comportamenti adeguandoli alle trasformazioni dell’ecosistema sociale e politico in cui agiscono.
Ecco che si sviluppa una coazione a ripetere procedure vecchie e stantie con l’obiettivo di “stabilizzare” l’organizzazione, di fornire chiari e rassicuranti punti di riferimento ai propri membri.
Il “nuovo” (presidente, modello organizzativo, agenda associativa ecc.) “deve” essere inserito nel “vecchio” schema senza rotture, traumi, veri o presunti tali.
Si sfocano così le ragioni dell’associarsi, si consolida un nucleo di vecchi apparatnik fedeli che rispondono alle nuove istanze non valorizzandole (troppo pericoloso) ma relegandole in ambiti ristretti, poco strategici. Perpetuando così la dittatura non più del proletariato, ma della dentiera.
Le nostre due associazioni professionali di riferimento, Ferpi ed Assorel, purtroppo, non fanno eccezione. In Assorel, giusto per fare un esempio, stiamo discutendo sulla modifica molto profonda del nostro Statuto. Uno dei punti cardine è la modalità di elezione del Presidente. E tra le ipotesi che siamo chiamati a discutere e a votare c’è anche la procedura seguita da Confindustria: la nomina di tre saggi che, in prossimità delle elezioni associative, sondano i vari soci per arrivare ad un’indicazione unitaria… Tutto questo in un’associazione di 50 imprese? Copiando un modello vetusto che mostra tutti i segni di logoramento?
Se non si fosse ancora capito, il 5 aprile alla nostra assemblea, voterò contro questa proposta.
Perchè la giudico insufficiente ed inadeguata per un’associazione che dovrebbe rappresentare un comparto imprenditoriale all’avanguardia nel percepire le modificazioni in corso. Dobbiamo guardare avanti, non indietro, ricercando e magari anche “inventando” una governance elettorale che permetta di coniugare efficienza e rappresentatività.
In FERPI, la procedura di elezione è ormai consolidata: un gruppo di soci individua un possibile candidato, questo accetta la candidatura generalmente premettendo la solita frase che lui garantisce la propria disponibilità “ma sono i soci che devono fare il primo passo”, a questo punto parte l’appello, accettazione definitiva, programma, lista.
L’assemblea di giugno ratifica la scelta.
Tutto giusto, tutto perfetto. Tutto già visto. Gli ultimi presidenti sono stati eletti con questa modalità e certamente ciascuno di loro, con il proprio stile ed impegno, ha contribuito alla gestione dell’associazione.
Se il modello funziona, dunque, perchè cambiare?
Leggendo il documento che alcuni soci milanesi hanno firmato mi sembra di percepire l’esigenza di andare oltre la procedura sopra descritta.
Vabbè 8 su 1.000… certamente non sono un numero statisticamente rilevante.
Però un minimo di riflessione possiamo pure farla.
I problemi entro cui ci dibattiamo sono sempre i soliti: esiguo numero dei soci, entrate economiche insufficienti, scarsa visibilità, scarsa rappresentatività, aggiornamento professionale, accrescimento del valore di essere soci, partecipazione ridotta, le delegazioni sui territori che funzionano a macchia di leopardo…
Tutti i presidenti e i gruppi dirigenti degli ultimi 10 anni hanno affrontato (o provato ad affrontare) queste problematiche: con scarsi, buoni, ottimi risultati ma che comunque, nella loro sostanza, rimangono ancora “aperte”.
Dovremmo forse chiederci se non sia il caso di discutere del modello organizzativo, della nostra governance, del modo con cui selezioniamo i temi dell’associazione.
E allora, forse, dovremmo pensare che, venendo da una Presidenza “forte” e stabile (4 anni), possiamo permetterci di osare di più. Uscire dalle vecchie liturgie, cambiando i nostri atteggiamenti prima delle norme, compiere quindi una rupture rispetto al passato. Tanto per essere chiari:

BASTA con le elezioni in cui un ristretto gruppo di soci si appella a quello/a che hanno individuato come presidente, affinché scenda in campo: in questo modo si focalizza il dibattito esclusivamente sui nomi;
BASTA con le elezioni in cui ci deve essere solo e soltanto un candidato, frutto di una concezione ormai antiquata secondo la quale la pluralità di offerte e posizioni non è un segnale di vivacità ma l’anticamera dello smembramento associativo;
BASTA anche (e qui dissento dal documento firmato dai soci milanesi citati in precedenza) al moloch del programma. I programmi sono quasi sempre uguali, le ricette simili. L’elenco delle cose da fare è senza dubbio utile ma quello che voglio sapere è come si intende farle e con chi.
BASTA con una candidatura in cui si parla di “fare squadra”, senza dichiarare SUBITO chi saranno e con quali deleghe i componenti della stessa. Perchè il candidato Presidente si qualifica anche per le persone che sceglie.
E ancor di più BASTA con l’ascolto “preventivo”. Capisco che in una comunità professionale di relatori pubblici possa sembrare un’eresia. Ma spesso l’ascolto rappresenta la “coperta di Linus” a cui aggrapparsi per nascondere una scarsa chiarezza progettuale e poco coraggio propositivo. L’essere aperti ad accogliere integrazioni e suggerimenti è una qualità necessaria ma deve essere sviluppata DOPO aver proposto le proprie idee.

Quello che infatti voglio sapere, come socio, è la visione che il candidato Presidente ha della nostra professione e della Ferpi, come intende guidare l’associazione, lo stile di leadership, quali sono le direttrici su cui intende operare, le priorità tra le tante deleghe da distribuire, le modalità di finanziamento che intende adottare: banalmente l’indirizzo politico che vuole dare.
Non penso di chiedere tanto…
Il mio voto (questo è l’unico “potere” che ho) andrà a Patrizia (o altri) se riuscirà a convincermi della bontà della sua candidatura sulla base delle semplici considerazioni sopra esposte… e se riuscirà a NON citare (nel suo documento programmatico o nel suo intervento in Assemblea) più di una volta la parola Stoccolma.

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