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I media sono (mai stati) imparziali?

03/03/2011

La proposta di un'alternanza dei conduttori di talk show accende il dibattito sull'imparzialità dei giornalisti in un momento storico che vede le imprese editoriali dimenarsi tra la funzione di fare informazione e la prerogativa di fare business. Qual è il ruolo dei media e dei giornalisti in un tale scenario? E quello dei relatori pubblici? L'analisi di _Gianni Rizzuti._

di Gianni Rizzuti
Oportet ut scandala eveniant. Prego comunque chi legge di continuare: dopo il latino, arriva l’inglese. La proposta di alternare conduttori di diversa estrazione culturale nei “talk show” in Rai squarcia l’ultimo velo di ipocrisia sul cosiddetto third party endorsement del giornalismo. Ecco perché.
Abbiamo sempre basato la primazia delle relazioni con la stampa, rispetto ad esempio alla pubblicità, sul mito della terzietà del giornalista. Un articolo, lo ripetiamo in tutte le sale e salse, vale ben più di una promozione dichiarata a pagamento. E su questo abbiamo impostato tutta una teoria del plusvalore di chi si occupa di media relations a confronto di chi fa pubblicità. Difficile, molto più difficile ottenere lo spazio in pagina senza il sinallagma del pagamento. Naturalmente alla concessionaria di pubblicità. Di qui un ruolo tradizionalmente preminente affidato alle media relations all’interno delle relazioni pubbliche e il rifiuto di valutare un pezzo giornalistico con la metrica tradizionale dell’advertising (AVE).
Già la tendenza alle interviste “specchiate” a due esponenti della stampa che la pensano in modo diverso, che si afferma sempre di più specialmente in tv, aveva segnato la tela dell’obiettività del giornalismo, della sua terzietà, dell’essere il rappresentante dell’opinione pubblica.
Ma quando non esiste più una sola opinione pubblica, quando il clima di opinione in realtà è una serie apparentemente indistinta di microclimi non coincidenti, come è possibile continuare a percepire la stampa come “terza”?
Apparentemente questo potrebbe sminuire il ruolo delle relazioni con i media all’interno delle relazioni pubbliche, e forse il rischio c’è. Ma a mio avviso si aprono spazi nuovi per chi deve fare stakeholders engagement e considerare i media alla stregua di (sia pur fondamentali) influenti prima, e stakeholder poi.
Coltivare le relazioni con “la stampa” come si faceva un tempo, e in parte tuttora, cioè come pressoché unico e indistinto interlocutore del relatore pubblico è ormai anacronistico, perché non vi è più un unico tribunale della pubblica opinione, né un unico pubblico ministero dell’informazione.
La questione della pluralità dei conduttori, per tornare al punto da cui eravamo partiti, diventa allora lo scandalo necessario per renderci consapevoli di una realtà che è mutata drammaticamente, che vive di dibattiti televisivi ma anche di quel civico-micro-giornalismo che ha contribuito, quasi come un “cigno nero” di Taleb, alle imprevedibili novità del nord Africa.
La terzietà non c’è più, allora, perché non ci sono solo due parti. Ve ne possono essere moltissime, e spetta a noi, interpreti dei fenomeni sociali identificarle. Non più “la” stampa, non più un unico “quarto” potere, ma una pluralità di interlocutori e di relazioni. Credere che ci sia solo una opinione pubblica o pubblicata rischia di farci scavare tante buche per riempirle di nuovo. Molto lavoro inutile.



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