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Il dolore nella marea nera di BP

21/06/2010

Un’analisi del disastro causato da BP. Disastro in primo luogo comunicativo ma anche e soprattutto ambientale. A fronte dei maldestri tentativi dell’azienda di contenere la perdita, centinaia di migliaia di animali continuano a morire, provocando danni irrimediabili. Il dolore di chi ha toccato con mano la realtà della tragedia e una riflessione sulle responsabilità ed irresponsabilità del management di Bp. Di _Mariella Governo._

di Mariella Governo
“Nella mia ultima immersione sono stato assalito da banchi di greggio a una profondità di 20 metri. Il petrolio non è più solo in superficie – rivela Philippe Cousteau – perché l’additivo chimico usato per scioglierlo ha seminato una vera e propria zuppa rossa tossica nei fondali, ancora più velenosa di quella di partenza”.
Per immergersi Cousteau – spiega Alessandra Farkas nell’ articolo sul Corriere di qualche giorno fa – è stato costretto a indossare una speciale tuta Hazmat stile astronauta: Se non l’ avessi fatto, sarei morto avvelenato. Proprio come i tanti animali che ha cercato invano di soccorrere. Aironi, sternidi, pellicani, tartarughe, tutti avvolti in un maleodorante e vischioso manto marrone cui nessuno, uomo o animale, riuscirebbe a sopravvivere.
L’ ultima volta che si è calato nel cuore della macchia ha avuto paura. Sono stato investito da violente raffiche di petrolio granulare simile a una pioggia di meteoriti. Quando sono riemerso, unto e scivoloso come il burro, ho dovuto sottopormi a una doccia depuratrice. Perché basta un residuo per contrarre orribili bruciature alla pelle.
Da subacquea appassionata, da comunicatrice responsabile, da cittadina di un mondo in pericolo, è un’immagine-racconto quella di Cousteau junior che mi ha riempito di un dolore quasi fisico.
Altro che il dispiacere dichiarato da Tony Hayward, amministratore delegato di Bp qualche giorno fa al Congresso americano nel corso di un’audizione sul disastro petrolifero del Golfo del Messico. Faccia di gomma, cuore di pietra, scaricaribarile nei confronti dei suoi ingegneri a suo parere responsabili del disastro: cattiva pratica di comunicazione responsabile. E il fondo di 20 miliardi di dollari stanziato per pagare i danni non basta ad attutire il disastro ecologico per il Paese (e d’immagine per l’azienda).
Tempo fa Hayward aveva pure affermato: “Non avevamo gli strumenti adatti nella cassetta degli attrezzi”. Una serie di gaffes che hanno portato Bp a rimuoverlo almeno nei rapporti con il pubblico e a sostituirlo con il direttore generale Bob Dudley anche se la versione del comunicato rilasciato all’Ansa è blanda e sul sito dell’azienda non c’è traccia di questo (difficile trovare trasparenza e tempestività in questi casi).
Non è facile per nessun leader e azienda, seppur preparati, gestire una crisi di tale portata. Sul tema della leadership in momenti di crisi e sugli errori di Hayard e Bp ho trovato or ora questa riflessione di una giornalista della testata americana Bloomberg, Rosabeth Moss Kanter.
Qualche segnale di opportunismo mediatico Bp l’aveva già dato quando in passato aveva speso un sacco di soldi per impostare una campagna di responsabilità sociale (il classico Greenwash) e aveva poi fatto marcia indietro come ricorda Federico Rampini nel suo libro Slow Economy:
Durante l’impennata dei prezzi del greggio, le multinazionali si erano improvvisamente scoperte una nuova vocazione verde. La compagnia inglese Bp aveva perfino giocato sul significato delle sue iniziali: all’origine stanno per British Petroleum, ma ecco che i suoi dirigenti amavano definirsi “Beyond Petroleum”, cioè “oltre” il petrolio…Il ribaltone del 2008 sul fronte dei prezzi ha smascherato le bugie delle compagnie petrolifere. Anche la Bp ha dimenticato con disinvoltura la sua anima “verde”.
Avevo già ripreso più ampiamente quest’ultima parte in un post tempo fa sul tema “Più poveri e più verdi”.
E ancora:
Un articolo interessante di Luigi Ippolito sul Corriere del 18 giugno, Dopo la marea nera, adesso la Bp ferisce la Louisiana a colpi di gaffe
Un post di Annamaria Testa ripreso su questo sito tempo fa, Golfo del Messico: disastro ecologico e comunicativo
Tratto da www.mariellagoverno.it

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