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Il punto sulla ventilata riforma delle professioni

05/07/2011

A cinque anni dalle liberalizzazioni del 2006, che non sono riuscite a produrre il rinnovamento di cui avrebbe bisogno il Paese, il sistema delle professioni necessita di una riforma organica: una normativa nazionale sarebbe di grande aiuto anche per i professionisti delle Rp. E’ quanto sostiene _Giampietro Vecchiato,_ indicando le linee guida di un percorso di riconoscimento e valorizzazione del lavoro dei relatori pubblici.

di Giampietro Vecchiato
In un mio recente intervento su questo sito facevo riferimento alla necessità, per Ferpi, di continuare ad impegnarsi e ad operare, senza alcuna competizione, invidia o senso d’inferiorità, con le “professioni ordinistiche”, nel rispetto delle seguenti linee guida:
1. Individuare le caratteristiche distintive della professione e, soprattutto, degli iscritti Ferpi (in questa direzione il lavoro del gruppo sugli Accordi di Stoccolma è un importante punto di partenza).
2. Migliorare il posizionamento competitivo di Ferpi sul mercato e consolidarne il brand, la credibilità e la reputazione.
3. Sviluppare in tutti gli iscritti un forte orientamento alla qualità e qualificando sempre più Ferpi come soggetto che garantisce i propri iscritti nella costante asimmetria informativa (fortissima nel nostro settore anche per la ritrosia di molti professionisti al monitoraggio, alla misurazione e alla valutazione dei risultati) che caratterizza il rapporto tra il professionista ed il cliente.
4. Completare l’iter per l’accreditamento istituzionale presso il Ministero (quello che tradizionalmente chiamiamo, impropriamente, “riconoscimento”). Anche in questo caso l’obiettivo è quello di aiutare il cliente del professionista a fare scelte consapevoli (a che serve Ferpi se non garantisce qualità professionale nei confronti dei soggetti terzi?). Essere iscritti a Ferpi deve diventare un attestato, da esibire con orgoglio, di competenza, professionalità, credibilità.
5. Certificare ed accreditare “oggi” e solo “per poco tempo” (3 anni) i professionisti delle relazioni pubbliche. Per comprendere l’importanza di questa scelta strategica è sufficiente ricordare che le professioni ordinistiche lo fanno solamente “ex ante” (l’esame di stato) e “per sempre”. Tale sistema è in vigore dal 1913 per i notai; dal 1923 per architetti e ingegneri; dal 1933 per gli avvocati e, dal 1946, per i medici. La verifica di Ferpi deve essere rigorosa, dinamica (lo scenario, i contenuti, gli strumenti cambiano velocemente) e costante (in itinere) per garantire i requisiti professionali degli associati nei confronti dei soggetti terzi (i clienti). Rientra in questo ambito anche la necessità non tanto di disciplinare i comportamenti professionali (i codici adottati, sia nazionali che internazionali, sono già in linea con questo principio), quanto l’esigenza di sanzionare gli abusi per tutelare la reputazione del brand e degli iscritti.
6. Continuare con assiduità e impegno la diffusione di una forte cultura della comunicazione, nelle singole persone, nella collettività, nelle imprese/organizzazioni, intesa come strumento per costruire relazioni e non come strumento per trasferire messaggi unidirezionali. In questa direzione le RP non sono una funzione del marketing mix, ma una funzione strategica che aiuta le organizzazioni a governare le relazioni con tutti i pubblici e l’ambiente di riferimento.
Per raggiungere questi obiettivi la responsabilità è tutta sulle nostre spalle e non possiamo “dare la colpa ad altri” se non riusciamo a superare e a consolidare da tempo i 1000 soci o se non riusciamo ad avere quella credibilità/notorietà da tutti auspicata. E’ però evidente che una normativa nazionale che rifondasse il sistema delle professioni nel nostro Paese ci sarebbe di grande aiuto. In quel momento non avremmo più alibi.
Pensavamo (sbagliandoci) che alla “lenzuolata” di Bersani del 2006 avrebbe fatto seguito una costante azione di liberalizzazione e di ammodernamento del Paese. Abbiamo visto com’è andata: la lobby degli ordini sembra invincibile! Ci siamo avvicinati ulteriormente “all’ora X” alcuni giorni fa con la recente manovra finanziaria. Il Ministro Tremonti aveva infatti inserito nella manovra finanziaria di giugno 2011 anche la Riforma degli Ordini professionali. La riforma, inizialmente inserita nel testo base, è stata poi stralciata e annunciata sotto forma di proposta di legge-delega.
La proposta – afferma Carlo Stagnaro dell’Istituto Bruno Leoni – prevede un ridisegno integrale, incluso l’abolizione dell’esame di stato ed il superamento delle residue ingessature feudali.
I dubbi sono comunque molti: sarà solo un effetto annuncio o la maggioranza di centro destra avrà finalmente trovato il coraggio (anche se con tanti complici nel centro sinistra) di rompere lo status quo? Si può inoltre abolire “l’esame di stato”, previsto dall’articolo 33 della Costituzione, senza incorrere nel profilo di incostituzionalità?
Ma perché è così difficile intervenire? Perché le lobby sono potenti e perché la tutela pubblica che gli ordini dicono di offrire “si vende bene” all’opinione pubblica e, soprattutto, ai giornalisti che, di quella casta, fanno parte (per fare il giornalista è necessario essere iscritti all’Ordine dei Giornalisti). In altre parole: cane non morde cane.
L’Antitrust, in un’indagine conoscitiva del 2009, ha denunciato le restrizioni alla concorrenza sia di tipo normativo che legate alle singole decisioni degli ordini che impediscono, nei fatti, ogni passo avanti. Basti citare le decisioni adottate da alcuni ordini in termini di deontologia, formazione, tariffe. Secondo il rapporto il regime attuale non produce benefici perché i clienti non vengono messi nella condizione di valutare e confrontare le diverse offerte dei singoli professionisti. La garanzia ultima per il cliente dovrebbe stare nella pluralità di offerta non nella condizione di monopolio degli ordini!
Come uscirne? Carlo Stagnaro individua una strada possibile e non in contrasto con il dettato costituzionale: “consentire la nascita di ordini in concorrenza gli uni con gli altri, tutti regolamentati da una cornice normativa comune ai diversi settori e incaricati di gestire gli esami di stato secondo criteri comuni. In questo modo, non solo i singoli professionisti potrebbero competere tra di loro, ma lo farebbero le loro stesse organizzazioni, gareggiando sul valore dei servizi erogati agli associati e al “ mondo esterno” (si pensi ad un “bollino blu” come strumento informativo per il pubblico)”.
Vedremo se l’esecutivo manterrà la promessa (personalmente ne dubito fortemente). Di sicuro intervenire su questo tema non sarà mai troppo presto e nessuna riforma sarà mai troppo radicale.
Nell’attesa, continuiamo a lavorare e a riflettere sull’efficacia della nostra Federazione per i soci, per la professione, per la comunità. Facciamolo con senso di responsabilità, declinando con semplicità e trasparenza tre parole chiave: identità, competenze, confronto con il mercato. Solo un “associazione professionale” intesa come soggettività organizzata, può essere un interlocutore privilegiato per il mercato.

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