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Il ruolo della comunicazione nella storia d'Italia

24/02/2011

La comunicazione, nelle sue diverse modalità e attraverso le sue professioni, ha giocato un ruolo fondamentale nella storia del nostro Paese. _Valeria Cecilia_ propone una riflessione sul tema spaziando tra politica e cultura, in occasione dell’anno della celebrazione dell’Unità d’Italia.

di Valeria Cecilia
Le tante iniziative in programma per celebrare i 150 anni dell’unità di Italia, possono essere uno spunto per riflettere anche sul rapporto tra Comunicazione e storia politica e sociale di un paese, ovvero sul ruolo che la Comunicazione ha assunto nel tempo e gioca oggi nella costruzione di un’identità di una nazione, dato che, per definizione, la Comunicazione è un’attività che si rivolge e, oggi più di ieri , “coinvolge” le opinioni, le percezioni, le idee e quindi le azioni, dei pubblici.
La domanda ora ha senso forse più di ieri, perché le Rp oggi sono quotate come in crescita, in termini di posizione ricoperta all’interno dell’organizzazione pubbliche e private, e i numeri ce lo confermano. Un altro segnale significativo arriva da una recente ricerca della Cardiff University secondo cui, in Inghilterra circa l’80% delle notizie riportate dai mainstream media provengono da fonti Rp.
Ma il ruolo forte e crescente della comunicazione non è racchiuso solo in questi due recenti dati, e comincia molto prima di queste rilevazioni.
Asor Rosa nel libro Il grande silenzio, intervista sugli intellettuali, curato da Simonetta Fiori, ripercorre le tappe del ruolo degli intellettuali nella società e nella politica italiana dalla fine dell’800 a oggi, mettendo in evidenza il legame primordiale che ha sempre avuto la cultura, intesa come pensiero critico, con la politica. L’autore individua, facendo anche numerosi richiami (non tutti di accordo) a Bauman, nell’avvenuta rottura di questo legame, (anni ’90) il germe della nostra decadenza politica, e come a questa perdita di ruolo della cultura siano subentrati (o l’abbia causata addirittura) il marketing e della comunicazione, che di fatto oggi sono la politica stessa, laddove la società è diventata “civiltà montante”, come la chiama l’autore, ovvero massmediatica, dominata dalle tv e dal web.
Ma leggendo in modo del tutto casuale qua e là si incontrano altri segnali che portano allo stesso ragionamento: nel recente libro di Alessandro Trocino, Pop star della cultura, l’autore parla dei nuovi intellettuali, evidenziati appunto come pop star in contrasto alle vecchie e spesse figure degli intellettuali di una volta. Per Trocino una delle cose che contribuisce alla costruzione di questi intellettuali “pop” è la comunicazione: l’autore sostiene ad esempio che il pianista Allevi non sia affatto il talento che il suo posizionamento darebbe a credere, ma, secondo l’autore, il pianista è stato tirato su “da un ottimo ufficio stampa”.
Evidentemente, tutta questa mano forte della Comunicazione richiede anche l’assunzione di una responsabilità forte, come si legge dal messaggio che ha in fondo spedito a tutti noi Ferruccio De Bortoli, qui pubblicato e commentato da Toni Muzi Falconi, scritto in prefazione al recente libro di Gianni di Giovanni e Stefano Lucchini sulla comunicazione. De Bortoli si riferiva alla ricaduta del nostro lavoro su quella preziosa, ricca, quanto delicata foresta dell’informazione, nutrimento di prima necessità per il libero pensiero di tutti noi. E mette come una delle chiavi di garanzia della (dalla?) comunicazione una cosa: l’onestà, richiamata a più riprese come sincerità, trasparenza, rispetto dei ruoli.
Questi sono solo alcuni esempi, appena indicativi, ce ne sarebbero di molti altri più importanti probabilmente che ho ignorato e non ho colto. Quello che oggi ci si può chiedere è come, in modo forte e concreto, la comunicazione possa assumersi le sue responsabilità sociali, positive. Non si tratta di lanciare un nuovo codice di etica, ce ne sono di assolutamente convincenti e sufficienti. Ma si tratta di allargare la consapevolezza dell’influenza che la comunicazione può avere, all’interno delle organizzazioni e nella società tutta, iniziando a parlare di una responsabilità sociale delle rp.
Mi vengono in mente due fronti urgenti della vita della società: il progetto e il cambiamento.
Sempre facendo riferimento al pensiero di Asor Rosa, nel libro su citato lui scrive: “la rottura tra politica e ricerca culturale è sempre più netta…il progetto è stato sostituito dal marketing e dall’immagine. Scarseggiano le idee, ma non le iniziative mediatiche. I politici non si giudicano per quello che dicono ma per come lo dicono”.
Il libro parla del cambiamento, oggi parola usata e abusata in tutte le aziende di consulenza strategica o di direzione, o di formazione, o di leadership: insomma tutte dichiarano di “supportare il cambiamento”. Ma sembra essere una parola che abita solo lì. Oltre questi ambienti aziendali, la parola cambiamento si è come silenziata: chi parla di progetti di cambiamento sociale? Chi promuove il cambiamento, mentre le aziende di consulenza aiutano le persone ad accettarlo e gestirlo? Di quale cambiamento parliamo? Solo della crisi economica che subiamo e cerchiamo di arginare?
Il fatto è che prima c’era il connubio tra intellettuali e politica, tra idee e azioni, perché c’era un progetto comune forte e chiaro: voler cambiare la realtà esistente perché non piaceva così come era. Ora chi ce l’ha un progetto di cambiamento della realtà? Nessuno rinuncerebbe alle conquiste del capitalismo? mi chiedo se davvero la risposta ultima e definitiva è quella già data da Pasolini e Calvino sulla società dei consumi.
Mi rendo conto che il ragionamento (il mio in questo caso) può facilmente e rischiosamente operare come i cinesi definiscono “il pensiero occidentale”: una scimmia che passa di ramo in ramo, chissà dove andrà a finire…
Ma ci penso al fatto che in una società come quella di oggi potrebbe essere non solo opportuno, ma urgente, non usare più la parola “immagine” nei nostri piani e discorsi di comunicazione, in linea in fondo con quanto ha detto (chiesto? ) De Bortoli. Ma mi rendo anche conto che la realtà è anche che i clienti sono i clienti, la crisi è la crisi, e il mese finisce per tutti.
La nostra professione, al di là di tutte le inutili elucubrazioni mentali che ci vogliamo fare, è una professione che si trova da tempo nella corrente del cambiamento sociale, anche quello negativo, e della responsabilità di questo.
Sul cambiamento positivo penso invece al fatto che la comunicazione oggi in una società a rete ha l’opportunità di sostenere e aiutare le piccole reti di influenza, i piccoli poteri, che anche se non sono certo pari ai poteri centrali decisionali, ne sono sicuramente lontani, e su questa lontananza, provocata probabilmente dalla perdita della rappresentatività dei poteri più forti, loro trovano la loro autonomia e quindi la loro sfera di influenza.

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