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La dieta mediatica e l’importanza dello “slow food”

12/04/2013

La “sovralimentazione”, in occidente, non è soltanto un problema nutrizionale ma anche mediatico. I mezzi di comunicazione più recenti non portano ad approfondire ma più che altro ad un “bombardamento di messaggi. Lo sostiene _Luca De Biase_ evidenziando l’importanza dello slow food, anche culturale.

di Luca De Biase
Ha davvero ragione Luca Conti a lavorare con attenzione alla sua dieta mediatica.
Imbottiti di messaggi, dalla mail ai social network, dai giornali ai libri, da Whatsapp a Instagram, da YouTube a TED e, nonostante tutto, ancora alla televisione, gli occidentali rischiano di fare indigestione.
Nella molteplicità delle durate del tempo sociale, il primo rischio è di stare sempre sul brevissimo termine e l’effimero ma curiosamente interessante. Ciò che riguarda i frame interpretativi rischia di passare sottotraccia. Per non parlare di ciò che riguarda la lunga durata. Eppure, una sana dieta mediatica ha bisogno di un equilibrato apporto di fatterelli, congiunture e strutture. Altrimenti…
Altrimenti, la persona non è libera. Non è consapevole dei frame, non si accorge dell’origine delle agende, non riflette su ciò che è importante perché è strutturale. E’ determinato dalla logica mediatica più che essere partecipe alla generazione di senso.
Equilibrare le componenti mediatiche – leggere libri e non solo messaggi, per esempio – è importante come non mangiare soltanto fast food.
Ma al fondo, la ricetta è quella che dichiarava Steve Jobs: darsi l’obiettivo di non vivere una vita scritta da altri, ma di essere autori della propria vita. E dunque scegliere la dieta mediatica in base alla conoscenza che si vuole consapevolmente sviluppare per realizzare il proprio progetto.
Fonte: Blog De Biase

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