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La e-lezione di Obama

04/04/2014

Il successo di Barack Obama alle elezioni del 2012 può essere spiegato in molti modi ma indubitabilmente puntare sulle minoranze, attraverso un uso sapiente del web, è stata la strategia vincente. Le elezioni si sono trasformate così in _e-lezioni,_ come raccontano nel loro libro, _Stefano Lucchini_ e _Raffaello Matarazzo._ Il commento di _Gianfrancesco Rizzuti._

di Gianfrancesco Rizzuti
Ricordate il passaggio dall’always “on” all’always “in”? Ovvero la differenza tra l’essere sempre connessi (on, oppure wired) e l’essere sempre immersi in reti umane, ascolti e conversazioni (in)? E – saltando di palo in frasca e arrivando alla finanza – chi ha mai sentito parlare di “H2H” (human to human) per esprimere per esempio il nocciolo della relazione tra chi domanda e offre consulenza?
Beh, leggendo tutto d’un fiato La Lezione di Obama di Stefano Lucchini e Raffaello Matarazzo (prefazione di Mario Calabresi, postfazione di Roberto D’Alimonte, ed. Baldini&Castoldi) il pensiero mi è andato subito lì: cioè sulla eccezionale capacità di alcuni leader di equilibrare l’uso della rete con un irrinunciabile fattore umano, fatto di empatia e fine tuning autentico con l’interlocutore.
Lo straordinario successo di Obama nelle presidenziali americane del 2012 può essere letto in tanti modi e tutti veri. Li elencano con ricchezza di indizi e prove empiriche gli autori, li teorizzano gli scienziati politici. Dal bisogno di cambiamento e speranza intercettato dal candidato Obama alle elezioni del 2008 si è passati ad una straordinaria capacità di mobilitazione di un patchwork di minoranze (al più) vocianti trasformandole in maggioranza votante. L’ hope and change della prima campagna si è evoluto – chiedo scusa per il banale gioco di parole – in un Hop, in un salta su. Gruppi ai margini, per etnia, età, censo, sesso e comportamenti sessuali, condannati ad una “spirale del silenzio” che tanto più si protrae tanto più si approfondisce come le sabbie mobili, sono stati trasformati strada facendo, durante la seconda campagna elettorale, in protagonisti di una vittoria che ha coinvolto e mirato prima di tutto i cosiddetti battleground states, gli Stati in bilico.
Quel mirino, è stata la rete. Usata in modo molto più efficace dallo staff di Obama rispetto a quello del suo avversario repubblicano Romney. Un mirino che si è concentrato sulla raccolta di fondi e di voti, sulla costruzione di veri e propri ponti verso il territorio, bussando alle porte degli elettori in senso fisico e virtuale. Sostituendosi in parte alla televisione, così come negli ultimi decenni il tubo catodico aveva parzialmente sostituito la macchina organizzativa dei partiti politici.
Anche le elezioni del 2008 erano state vinte grazie all’apporto della viralità, come dimostra la fortuna dello slogan Yes, we can. Ma nel 2012 l’uso dei social media si è concentrato sul microtargeting, sull’analisi minuziosa e laboriosa dei dati personali, sullo studio degli stili di vita, dei gusti, delle preferenze individuali.
Il libro, con una titolazione e impostazione molto americana, parla di lezione di Obama, e addirittura dei dieci comandamenti di una buona campagna elettorale. Non li elencherò, con un piccolo effetto teaser che spero invogli i nostri e-lettori. Ecco, la lezione di Obama in sintesi, è tutta qui: le elezioni diventano sempre più e-lezioni, per l’uso combinato di elementi reali e digitali, dove nessuno deve prendere il sopravvento sull’altro, ma fondersi in un mix calibrato nella situazione contingente. Senza dimenticare che l’uomo – quell’uomo sondato, analizzato, scomposto – è sempre un fine, mai un mezzo. Quel fine, nel caso, nel sogno di Obama, era il tentativo di migliorare la vita dei suoi concittadini, facendoli “saltare su”. Hope and hop. Ci sarà riuscito?

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