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La lobby americana del petrolio

27/09/2005

La campagna di Rp dell'industria del petrolio riguardo alla politica dei prezzi.

Immaginatevi di vivere negli Stati Uniti alla fine degli anni '90, quando il petrolio costava 10 dollari al barile. Se qualcuno vi avesse detto che sarebbe salito a 30 dollari nel giro di pochi anni, non gli avreste mai creduto. In realtà è proprio quello che è successo: l'America si trovava nel bel mezzo del tracollo dell'industria petrolifera, e in quel periodo alcuni giganti quali Texaco e Mobil sono scomparsi inglobati da colossi ancora più imponenti.
Questa svolta ha reso necessaria una vera e propria crociata per risollevare le sorti del settore. Così è cominciata un'azione sotterranea di lobby che avrebbe condizionato le dinamiche dell'economia mondiale. Due gli obbiettivi fondamentali: insediare degli alleati in posizioni di potere sia negli Usa che negli altri Paesi produttori di petrolio; cambiare la percezione comune nei confronti dell'industria petrolifera, fortemente compromessa da alcuni disastri ambientali avvenuti in quegli anni.
Senza dubbio, con l'attuale presenza nell'Ufficio ovale di due ex dirigenti del settore e di Joe Barton a supervisione dell'Energy and Commerce Committee il primo bersaglio si può ritenere colpito. Il secondo fine è stato raggiunto in modo meno evidente, attraverso diversi livelli di comunicazione: su un piano più concreto, sono state effettuate cospicue donazioni a università o gruppi di esperti particolarmente influenti sulle istituzioni. Su un piano più subliminale i lobbisti hanno cercato di neutralizzare il bombardamento quotidiano di notizie negative sulle Big Oil (le grandi compagnie) e sull'incremento dei prezzi. Hanno usato un metodo che consiste nella ripetizione continua di messaggi sempre uguali trasmessi dai media sotto ogni forma.
Le teorie esposte per placare le polemiche sull'aumento del costo della benzina vengono giudicate da molti inverosimili. Per esempio sostengono che "il petrolio è una delle comodità più economiche al mondo, comparato agli altri beni di consumo americani"; "la benzina sembra costosa ma in realtà non lo è rispetto ad altri liquidi trattati, come per esempio l'acqua in bottiglia, il caffè e il collutorio". Un'altra teoria attribuisce la lievitazione dei costi alle tasse e all'inflazione. Per esempio, il 5 settembre, immediatamente dopo il passaggio di Katrina, l'Api (American Petroleum Institute) ha diramato un bollettino con il previsto aumento dei prezzi, attribuito soprattutto al rialzo delle tasse. Nessuna citazione però riguardo ai 7,6 miliardi di dollari di profitto intascati dalla Exxon-Mobil in quel trimestre.
Valentina Tubino - Totem

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