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La reciprocità non basta se resta di forma

21/09/2026

Santina Giannone, Segretaria Generale

Il 18 settembre FERPI ha presentato a Roma “My Journey in PR”, il volume che Fabrizio Vignati ha curato sul pensiero di James Grunig. Tra un’intervista inedita e i saggi, il confronto tra più soci ha aperto diverse domande che riguardano chi fa Relazioni Pubbliche.

 

Qualcuno, durante un'intervista, gli chiede conto di un concetto che ha teorizzato lui stesso decenni fa. E lui non se lo ricorda e lo dice. È un dettaglio minuscolo dell'intervista che Fabrizio Vignati, Presidente FERPILab, ha condotto a James Grunig per My Journey in PR, edito da FrancoAngeli, raccontato venerdì scorso da Bruno Mastroianni, Presidente CASP FERPI, alla presentazione romana del volume.

 

Solo i grandi possono permettersi di ammettere che non ricordano bene una cosa che, in teoria, dovrebbero sapere a memoria. E per Mastroianni è proprio lì, in quella micro interazione, che emerge la simmetria vera, quella che poi ha caratterizzato la teoria che Grunig ha scritto sul dialogo tra organizzazione e pubblici. La vera reciprocità di sostanza è questa, ha detto Mastroianni riprendendo una formula che Germana Barba, esperta di public affairs e docente all'Università di Pavia, aveva introdotto pochi minuti prima.

 

My Journey in PR è il volume che FrancoAngeli ha pubblicato nella collana “Cultura della comunicazione”, curato da Fabrizio Vignati, Presidente FERPILab, con la prefazione di Toni Muzi Falconi e l'introduzione di Filippo Nani, Presidente FERPI.

 

Si tratta di un saggio critico che proietta le categorie grunigiane su intelligenza artificiale, ESG e reputazione attraverso un'intervista inedita e un'antologia di sette saggi di Grunig scritti tra il 2006 e il 2023.

 

Alla presentazione, nella Sala Assoholding a Roma, ho preso parte insieme a Daniele Chieffi, Consigliere Nazionale FERPI con delega all'intelligenza artificiale, Bruno Mastroianni, Presidente CASP FERPI, e Germana Barba, socia FERPI ed esperta di public affairs. A moderare il confronto Vincenzo Manfredi, Direttore Scientifico FERPILab.

 

I saluti della Vicepresidente FERPI Daniela Bianchi hanno introdotto alcuni dei punti nodali delle teorie di Grunig, sottolineando come la simmetria non escluda il conflitto, ma lo orienti verso una gestione sostanziale, e ricordando che il valore di questo lavoro non sta nella testimonianza o nella memoria, ma nel fatto che ci restituisce chiavi ancora valide per attraversare la complessità, non per starci semplicemente dentro. Livia Gelosi, in rappresentanza della Delegazione FERPI Lazio, ha ricordato invece il percorso di chi, da studentessa universitaria, si trova ad affrontare un pensiero così ampio e organizzato senza sapere che poi lo metterà in pratica nella propria carriera professionale.

 

Durante la tavola rotonda sono stati passati in rassegna i principali punti della teoria di Grunig: dalla tesi di dottorato in Colombia sui latifondisti che non modernizzavano i metodi non per arretratezza, ma perché nessuno li ascoltava, ai quattro modelli storici, dal press agentry di Barnum fino al simmetrico bidirezionale che porta il suo nome, passando per Ivy Lee e Bernays; il bridging contro il buffering, la comunicazione come ponte che porta le istanze sociali dentro le decisioni contro la comunicazione come scudo che isola il vertice; la teoria situazionale dei pubblici, che Daniele Chieffi ha ricordato non come un target da raggiungere, ma come qualcosa che si forma attorno a problemi reali.

 

È un patrimonio di sapere che FERPI, come Federazione di professionisti delle Relazioni Pubbliche, si assume la responsabilità di far circolare. Lo ha ribadito, in chiusura, lo stesso Vignati: dare fondamento scientifico alla professione del relatore pubblico è la missione di FERPI, ed è ciò che consente anche a chi non fa questo mestiere di riconoscere chi lo fa in modo affidabile.

 

Il tema che ha attraversato la serata attraverso gli interventi dei vari relatori è la fatica di questa simmetria quando si prova a praticarla. Germana Barba lo aveva detto in apertura: la reciprocità è reale solo quando il dialogo con gli stakeholder riesce a modificare concretamente le decisioni e i comportamenti di un'organizzazione, non quando si limita a un tavolo di confronto o a un report che documenta il processo senza cambiarne l'esito.

 

Bruno Mastroianni ha raccontato la stessa fatica con un'immagine diversa, quella dell'“acqua” in cui siamo immersi, fatta di polarizzazione e ottimizzazione dell'engagement. Di fronte a questo contesto, ha detto, ci sono tre atteggiamenti possibili: rifiutarlo, il che oggi non è quasi più praticabile; adeguarsi e diventare bravi a navigarci dentro sfruttandone la corrente; oppure provare a innovarlo, senza pretendere di eliminare le polarizzazioni, ma cominciando a inserire qualcosa di diverso nel sistema.

 

Nel mio intervento ho riportato la discussione a un presupposto che spesso diamo per scontato: una relazione esiste solo quando riconosciamo, in primis, l'alterità di chi abbiamo davanti, la sua possibilità di essere diverso da noi e persino in conflitto con noi. È un presupposto che il dialogo con un sé digitale sempre disposto ad assecondarci mette silenziosamente in crisi: se limiamo ogni frizione, se riduciamo l'altro a un amorfo che si adatta, la relazione stessa non ha più nulla su cui reggersi. Da qui il richiamo a un'altra parola cara a FERPI, accanto a responsabilità: l'autorialità. Il metodo di lavoro può cambiare, la firma no.

 

Fabrizio Vignati, chiudendo, ha usato l'immagine del tiro alla fune, con il comunicatore che sta in mezzo tra l'organizzazione e i pubblici a cui dare ascolto, in un equilibrio che non è mai perfetto. Non è un modello descrittivo, ha ammesso, è una tensione etica che la professione porta addosso da quando ha smesso di essere semplicemente intermediata da altri, dai giornalisti con le loro regole di autologia, e ha dovuto darsi una deontologia propria.

 

Ed è dentro questa tensione, più che sopra di essa, che si colloca il tema dell'intelligenza artificiale. Daniele Chieffi ha ricostruito la traiettoria: dalla digitalizzazione della relazione avviata con gli smartphone alla situazione attuale, in cui i pubblici si affidano quasi completamente a un'entità automatica che rielabora ciò che le organizzazioni producono, senza che i comunicatori ne abbiano più un controllo diretto.

 

La responsabilità, ha detto, è diventata il vero e unico strumento che resta per governare un corpus che nutre l'intelligenza artificiale con il materiale che produciamo ogni giorno. Vignati ha spinto il ragionamento oltre nella chiusura: se ormai i modelli linguistici scrivono meglio di noi, se abbiamo già perso in parte gli strumenti della sintassi, quello che ci resta da presidiare è la semantica organizzativa, il governo del senso. Non i testi, ma quello che i testi devono continuare a significare per essere veri.

 

Grunig chiude la sua opera parlando di inclusione sociale. È una parola che FERPI può scegliere di mettere al centro della propria riflessione, ma solo a una condizione: che la reciprocità di cui parla non resti una formula che risuona vuota, bensì la domanda scomoda da riportarsi a casa dopo ogni confronto, senza la pretesa di trovare una risposta che la chiuda in maniera definitiva.

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