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L’effetto vintage (vincente) di Bersani

06/12/2012

Nella fantasia di parte dell’elettorato della sinistra italiana resiste il pregiudizio della comunicazione. Bersani lo ha capito e ha costruito una campagna “effetto vintage”, che apparisse genuina, senza consulenti, ricerche e raffinati trattamenti dei segni a fini comunicazionali da contrapporre alla patinatura moderna e accattivante di Renzi. Una strategia risultata vincente. L’analisi di _Matteo Colle._

di Matteo Colle
Se qualcosa ci hanno insegnato queste primarie del centrosinistra, è che i pregiudizi sono duri a morire. In anni di campagne elettorali e di riflessioni fatte in tema di propaganda e marketing politico, poche cose rimangono impresse come il Sindaco di un’importante città che ti dice: “mi raccomando, niente 6×3; ché sono di destra.”
I 6×3, secondo questa tesi diffusa, sono di destra, come le campagne troppo “americane”, troppo costruite, in cui s’intravede il consulente, il guru; in cui i linguaggi sono affinati da pubblicitari e manipolatori di segni e di senso. Insomma, per farla breve, seguendo questa vulgata, la campagna di Renzi sarebbe di destra, per non dire berlusconiana (coerentemente al suo protagonista che di atteggiamenti “fascistoidi” venne accusato in un non memorabile fondo de l’Unità).
Di sinistra sarebbe, invece, la campagna di Bersani, che parla “pane e salame”, che non ha i guru, che non è patinato, che non è raffinato, e che più che americano, è orgogliosamente emiliano.
Quindi per capirci; Renzi sarebbe un corpo estraneo al centrosinistra, e la sua comunicazione è la cifra della sua alterità. Bersani, al contrario, sarebbe profondamente iscritto nella storia della sinistra italiana, e il suo stile comunicativo ne è prova.
Va da sé che come questo si coniughi con l’ammirazione sconfinata e unanime per Obama e la sua campagna che, va detto, assomiglia molto di più a quella di Renzi (si parva licet) che a quella di Bersani, è tutto da capire. Così come da capire è che siamo di fronte all’uso a fini propagandistici della propaganda altrui. Una sorta di meta-marketing elettorale che usa come argomento polemico lo stile comunicativo dell’avversario per screditarlo o iscriverlo nel campo nemico, come in questo caso.
Ciò che è mirabile nella comunicazione di Bersani, è che tutto questo ragionamento si basa su un presupposto falso, ma che ciò nonostante ha funzionato benissimo.
E’ falso che la campagna di Bersani sia poco costruita, che sia genuina, se per genuino si intende che non prevede la presenza di consulenti, ricerche, e raffinati trattamenti dei segni a fini comunicazionali. Solo la cifra è diversa, perché diverso è l’obiettivo.
Le campagne elettorali si fanno, al solito, per vincere le elezioni (1). Non per affermare principi e valori. Al contrario, la scelta di alcuni principi e alcuni valori (e non altri), viene fatta per provare a vincere. E per vincere basta un solo voto più dell’avversario.
Bersani è partito in testa e sapeva di esserlo, ha scelto di parlare ai suoi, allo zoccolo duro che già si riconosceva in lui o che non ne era così lontano. Ha costruito una campagna per molti aspetti corretta: richiamo alla tradizione, al primato del partito rispetto alle persone, alla forza delle radici. Ha insomma evocato un frame in cui la politica è intesa come connessione emotiva, oltre che etica, a un sistema di valori che orientano il fare. E che sono i valori della sinistra.
Su questo hanno lavorato, lui e i suoi guru; su un sistema di linguaggi e di segni coerenti e capaci di motivare i suoi elettori: ricostruzione, coraggio, costitituzione, etc…
Renzi ha fatto lo stesso, ma partiva da un’indubbia posizione di svantaggio. Poteva parlare solo ai suoi? Certo. Avrebbe perso. Allora ha scelto di parlare a tutti, a tanti fuori e dentro il PD. Come per altro fa qualunque Sindaco che si sia presentato mai alle amministrative dal 1994 ad oggi. Ha evocato un frame diverso, in cui la politica ha valore nella misura in cui “fa bene”, se non fa bene è un disvalore. E di qui, lui, i suoi guru, hanno lavorato ad un sistema di comunicazione e di segni radicalmente diverso da quello di Bersani: rottamazione, leadership, persone, adesso, meritocrazia…
Tutto molto poco improvvisato, tutto molto studiato, tutto molto preparato. Ma nella fantasia di parte dell’elettorato, anche avveduto, della sinistra italiana resiste il pregiudizio della comunicazione. Bersani lo ha capito (perché lo aveva subito sulla sua pelle con i manifesti 6×3 in maniche di camicia) e lo ha usato coma una clava, costruendo una campagna effetto vintage da contrapporre alla patinatura moderna e accattivante di Renzi.
E, sotto questo aspetto, ha vinto. Almeno fino a qui. Chapeu!
(1) Esistono, è vero campagna elettorali di testimonianza e posizionamento, senza alcuna possibilità di vittoria, ma è altra storia.
Fonte: Blog MR & Associati

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