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L'Europa parli chiaro: le riflessioni di Franco Frattini sulle pratiche di comunicazione dell'Unione

27/04/2005

C'è bisogno di un nuovo linguaggio, più rispettoso delle diversità linguistiche e culturali - dice il vicepresidente della Commissione europea.

Dal Sole 24 Ore di martedì 26 aprile 2005.La Ue parli più chiaro. E' un diritto dei cittadinidi Franco Frattini, Vicepresidente della Commissione europea e responsabile di Giustizia, libertà e sicurezza, nonché key note speaker al Festival Mondiale delle Relazioni Pubbliche di Trieste (28-30 giugno 2005)Non possiamo più fare finta di niente; il malessere viene da lontano. Da quando il sogno europeo ha cominciato a sfrangiarsi là dove sembrava - più forte: nell'economia. L'Europa (le sue istituzioni) deve allora cambiare approccio sia verso i Governi nazionali, sia verso i cittadini. E bene ha fatto il presidente Barroso ad istituire un apposito portafoglio prima, e a convocare un seminario poi, proprio in materia di comunicazione. La Commissione europea è infatti parte di un'architettura istituzionale complessa, affidata a un corpo di funzionari che parla un linguaggio inevitabilmente standardizzato, il riflesso tanto di meccanismi caratteristici di ogni burocrazia, quanto di un'opera assidua e certo delicata di mediazione tra le istituzioni europee. Ma il risultato è che qualsiasi documento europeo diviene illeggibile per un cittadino.E' ricco di acronimi - che nessuno scioglie più - di un lessico specialistico che rimanda a procedure difficili, di una memoria (e ricerca di legittimazione) di tappe e date considerate altamente simboliche e significative («il processo di Barcellona»: nulla a che vedere con un'aula giudiziaria; «la strategia di Lisbona»: niente di militare o comunque agonistico).Simboliche e significative per un'aristocrazia della politica e delle istituzioni, ma assolutamente mute - e dagli incerti risultati - per i cittadini. Se consideriamo poi che molti atti della Commissione hanno una dimensione prevalentemente di controllo e di sanzione. E che questo profilo di istituzione-del-no è una vera e propria"manna dei media": che possono così raccontare un mondo di controversie.Se aggiungiamo che la complessità istituzionale è nemica della semplificazione di cui i media hanno  bisogno, capiamo allora perché c'é bisogno di nuova comunicazione. E abbiamo una prima, parziale, risposta a quanto accade oggi, in Francia.Dobbiamo cambiare: certo non c'è comunicazione senza la politica, ma non possiamo fare politica senza attenzione a una nuova comunicazione, parte integrante dell'agire istituzionale europeo, e non suo momento aggiuntivo e secondario. L'euro doveva, ad esempio essere istituito e pensato prima di tutto in termini di comunicazione: rappresentava una importante semplificazione, mi anche uno shock prepotente per le abitudini, le psicologie e il sentimento del denaro di ogni cittadino.La nuova comunicazione non può quindi prescindere da uno scambio continuo con i cittadini, parlare un nuovo linguaggio, mettere mano ad una ri-scrittura dei documenti perché siano compresi; andare effettivamente tra la gente: utilizzando canali diretti e interattivi, e abbandonando i circuiti autoreferenziali che alimentano la conoscenza e l'interesse solo di chi già sa. E imparando a usare i nuovi media nel rispetto delle diversità culturali e linguistiche europee. Non possiamo da un lato batterci per il multilinguismo e dall'altro chiudere le sezioni di italiano nelle scuole europee di Bruxelles.L'Europa deve infine essere più orgogliosa del proprio ruolo: nella società della comunicazione e dei simboli i ministri europei rappresentano la forza ed il potenziale straordinario di 25 Paesi. La sua comunicazione allora può e deve essere un nuovo diritto fondamentale dei cittadini europei. Anche da questo essi potrebbero accorgersi che facciamo sul serio e che l'Europa fa la differenza.FRANCO FRATTINI

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