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L'illusione della democratizzazione

19/03/2008

Cambiano faccia le notizie e il giornalismo, ma alcune dinamiche restano sempre le stesse. Lo sostiene il nuovo report di Project for excellence in journalism interamente dedicato all'ecosistema dell'informazione negli Stati Uniti. E i grandi crescono ancora di più

Che l'informazione stia cambiando, è ormai un dato di fatto, ma come questo processo stia avvenendo è una discussione aperta che vede coinvolti tutti i media vecchi e nuovi, di massa e personali. Un ottimo punto di partenza è costituito dai report annuali che provano a delineare i trend in atto e i soggetti che attuano (e subiscono) questi cambiamenti. Il Project for excellence in journalism ha pubblicato la quinta edizione di State of the News Media 2008, lo studio Usa che mostra un ecosistema informativo ben diverso dallo scorso anno. Ecco perché.
Democratizzazione dell'informazione?Solitamente si affronta in modo troppo superficiale la questione della tecnologia come strumento di citizen journalism: per i critici questi meccanismi dopo un primo momento di hype sono oggi in declino, mentre per gli utenti una minor partecipazione è dovuta a una maggiore frammentazione del pubblico che non segue più le dinamiche dell'audience. Ovviamente la realtà è molto più complessa. Innanzitutto, è difficile che ci sia realmente un caso di democratizzazione: lo dimostrano i dati del report – che confermano la tendenza già individuata nel 2007 dalla Harvard University –, in cui i primi 10 siti di informazione visitati dagli americani sarebbero proprio quelle testate nazionali, le più famose e vendute nelle edicole. Si tratta di una vera e propria oligarchia dell'informazione, in grado di influenzare la maggior parte degli utenti anche sul web. E proprio questa posizione dei grandi media online permette loro di scommettere un po' di più e abbandonarsi – almeno negli Stati Uniti – a un'apertura al pubblico. La maggior parte dei giornalisti aggiorna blog e contenuti multimediali arricchendo non solo la notizia, ma instaurando relazioni con i lettori. La crisi, per i media online, non giunge tanto dai contenuti quanto dal modello di pubblicità insoddisfacente.
Advertising e informazioneIl problema principale dei siti di informazione, è che non possono adeguarsi al modello di business principale in rete, cioè quello basato sui motori di ricerca e la pubblicità a essi correlati. Banner e link sponsorizzati hanno tassi di clic bassissimi, ma l'indubbio vantaggio di poter essere misurabili con accuratezza, e soprattutto di computare il ritorno economico degli investimenti online. A un calo di interesse nei clic, corrisponde però una crescita dei video online, come fonte di informazione, di intrattenimento e di pubblicità; il report dedica una sezione speciale al futuro dell'advertising su ogni mezzo di comunicazione.In televisione, per esempio, uno spot televisivo significa investire alla cieca: il target è indifferenziato, il prezzo di uno spot è proibitivo per la maggior parte delle aziende e soprattutto i ritorni dell'investimento sono calcolabili solo in modo approssimativo e probabilistico. Per questo motivo, le agenzie di pubblicità sono ormai diventate agenzie media che valutano più mezzi di comunicazione a seconda del messaggio e del target.
Ecco perché i grandi quotidiani online come il New York Times puntano sempre più spesso a modelli integrati tra abbonamento e pubblicità, tra archivi a pagamento e pubblici.
tratto dal sito Visionpost

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