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Lobby: le aziende e le regole

04/07/2011

Il caso Bisignani ha acceso i riflettori su una questione spinosa, quella della regolamentazione dei lobbisti. Secondo il presidente Assorel, _Beppe Facchetti,_ il tema “meriterebbe di stare addirittura nella Costituzione, perché la trasparente azione di chi entra in contatto con il decisore pubblico è un bene innanzitutto democratico, da tutelare. La lobby altro non è che conciliazione degli interessi particolari con quelli generali, e quando la sintesi si realizza, vince appunto la democrazia”.

di Beppe Facchetti
Diamo atto al Corriere di aver accompagnato un esercizio di libertà informativa (la pubblicazione delle intercettazioni sulla P4) con una scelta civile, l’apertura di un dibattito sulla regolamentazione della lobby. Ci vogliono entrambi. Per questo, vorremmo aggiungere ai contributi di Velardi (26 giugno), Mazzei (27 giugno) e Nencini (1 luglio) la nostra posizione di aziende che credono nella lobby come rappresentazione di interessi legittimi. È un po’ troppo ottimista Nencini quando pensa che una legge di regolamentazione «metterebbe fine» all’affarismo oscuro, ma certo è necessaria. Meriterebbe di stare addirittura nella Costituzione, perché la trasparente azione di chi entra in contatto con il decisore pubblico è un bene innanzitutto democratico, da tutelare. La lobby altro non è che conciliazione degli interessi particolari con quelli generali, e quando la sintesi si realizza, vince appunto la democrazia. Per distinguere un’attività professionale seria dall’affarismo e dal mercato delle notizie sensibili, basta riflettere sul fatto che le agenzie Assorel parlano da sempre con tutti, ma non è mai capitato a nessuno dei nostri lobbisti di interloquire con magistrati e generali della Guardia di finanza, perché appartengono alla categoria non di chi decide ma di chi applica le regole. E vanno da Parlamento e governo accompagnati da emendamenti e pareri giuridici, non da escort. Una legge ci vuole, dunque, ma non la solita legge corporativa o un altro ordine professionale, né tanto meno una generica barriera all’ingresso. Il legislatore e l’uomo di governo sono i primi ad avere interesse a ricevere informazioni, dossier, documentazione da persone qualificate che portano sulla giacca un badge che li identifica. E sarebbe tranquillizzante per il cittadino sapere, nella relazione di una legge, come avviene in Gran Bretagna, chi ha avvicinato i decisori e con quali argomenti, indicando quelli accolti e quelli non. Senza bisogno di fare del moralismo peloso e sapendo bene che le zone d’ombra sarebbero sempre le preferite da chi ha reso addirittura spregevole un’attività nobilissima. Dopo la non riuscita presentazione di un disegno di legge governativo (governo Prodi, ministro Santagata), in questa legislatura ci sono proposte di Garavaglia, Bruno/Rutelli, Milo, Lannutti, Mura, Pisicchio. Ci sono differenze ma anche molte convergenze. Se non vogliamo, come scrive Piero Ostellino, confondere la «giustizia» con la «virtù», c’è spazio per fare qualcosa di buono.
Tratto dal Corriere della Sera

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