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Ma le marchette no.....non vanno proprio bene!

31/03/2005
Ecco la risposta di Toni Muzi Falconi all'articolo del Riformista uscito qualche giorno fa e riportato questa settimana sul nostro sito.La più amara delle tante verità scritte sul Riformista l'altro giorno nell'articolo (titolo) è che i giovani non leggono il giornale perché non credono a quel che vi sta scritto. Sono anni che le indagini raccontano la caduta di credibilità del giornalismo, e non soltanto in Italia. Quanta di questa deriva sia da attribuire alla sindrome pervasiva del pappa e ciccia' fra giornalisti e fonti, oppure alla commistione di interessi fra editori e comunità economica e finanziaria è un bel match; propenderei per un salomonico pari'.Ma parliamo della prima, che ci compete: dopo la vicenda Alistair Campbell - ricordate? l'ex braccio destro e portavoce di Tony Blair accusato di avere 'gonfiato' il pericolo delle armi di distruzioni di massa a pochi minuti dal suolo britannico, per convincere gli inglesi ad accettare la guerra - si è avviato un vivace dibattito fra reputati giornalisti dei media più autorevoli e rispettabili relatori pubblici delle migliori organizzazioni private, pubbliche e sociali per verificare se non fosse giunto il momento di fare tana' e rivisitare interamente, momento per momento e secondo la tecnica della network analysis', la relazione fra queste due professioni della comunicazione, così interdipendenti e così integrati (embedded?).La ragione del dibattito è che si era diffusa la consapevolezza che la 'filosofia della marchetta', insieme alla crescente inattendibilità delle fonti, non solo avrebbe minato la già scarsa credibilità delle due professioni, ma avrebbe anche contribuito al discredito delle istituzioni -pubbliche, private e sociali- corrodendo le fondamenta della stessa democrazia rappresentativa, fragile quanto volete ma pur sempre l'unica che abbiamo.Anche negli Stati Uniti, dopo le tante storie di irresponsabilità sociale che in questi tempi hanno coinvolto giornali autorevoli come il New York Times, reputate agenzie di relazioni pubbliche come Fleishmann Hillard e Ketchum, nonché colossi dell'industria e della finanza come Enron, Worldcom e tanti altri, si è avviato un ripensamento ma - a differenza dei miei colleghi del Regno Unito che continuano a ritenere che la gran parte del loro lavoro sia di conquistare visibilità sui media per i loro clienti - i più seri fra i relatori pubblici americani hanno preso a sconsigliare i loro datori di lavoro/clienti dal ricercare l'attenzione dei media preferendo migrare su canali di comunicazione più affidabili come la comunicazione diretta con i pubblici influenti, relegando semmai i media ad un livello più serio di autorevole conferma.
Insomma due modelli diversi che producono su entrambi le professioni conseguenze rilevanti. Nel primo caso infatti (quello britannico) la emergente come praticabile da un dibattito che continua è quella di una ancor più marcata separazione professionale fra:- i giornalisti veri e i relatori pubblici veri da un lato, supportati da associazioni professionali solide e capaci di applicare con pubblicità e tempestività i codici di etica professionali che partono comunque da una netta distinzione fra le due professioni (in Inghilterra, come peraltro in nessun altro Paese esiste un ordine professionale dei giornalisti come quello italiano, ed è di qualche settimana il riconoscimento giuridico inglese per il Chartered Institute of Public Relations -8.000 membri contro i 100 mila e rotti operatori stimati sul mercato);- dall'altra parte la moltitudine di press agent, free lance, mangia a sbafo, pseudo giornalisti e pseudo pr che sbarcano il lunario.Secondo questa ipotesi di lavoro i primi si impegnerebbero ad additare pubblicamente i secondi come veri appestatori del ventunesimo secolo, inquinatori incalliti di ogni ambiente comunicativo e termiti, perfino inconsapevoli, delle istituzioni democratiche, evitando il loro ingresso nelle associazioni professionali e/o procedendo ad espulsioni di massa. Negli Stati Uniti, invece, la strada si prevede meno sanguinosa: i giornalisti abbassano i toni, i relatori pubblici comunicano direttamente con i  pubblici influenti dei loro datori di lavoro/clienti e le relazioni fra i due tornano ad essere meno spasmodici e compromettenti.E in Italia?Se da un lato fra i relatori pubblici (stimati in 90.000 fra pubblici, privati e sociali per un indotto economico annuale che supera i 15 miliardi di euro) sono soltanto 1.000 gli iscritti alla Ferpi (federazione relazioni pubbliche italiana) - considerata in tutto il mondo fra le più rilevanti e innovative e quindi soggetti all'osservanza di un codice etico; dall'altro le migliaia e migliaia di giornalisti iscritti all'ordine per necessità di legge, si attardano a tutelare i loro miseri privilegi, ben consapevoli che se finisse la manna, come vorrebbe anche la Comunità Europea, si ritroverebbero finalmente a dover reinventare le fondamenta di una professione che nessuno nega sia di fortissimo interesse pubblico, ma per non più del dieci per cento degli attuali iscritti.
Toni Muzi Falconi, relatore pubblico

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