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Ma quale cultura della comunicazione?

03/04/2006

L'analisi di Toni Muzi Falconi.

Domenica e lunedì siamo chiamati ad esprimere il nostro voto per il governo del Paese nei prossimi cinque anni.Da relatori pubblici che hanno partecipato -chi più chi meno e in forme diverse- a questa lunga, interminabile e deprimente campagna elettorale (avviata, ricorderete, fin dalle elezioni regionali dell'anno scorso) possiamo solo auspicare che qualche attento studioso vorrà con la meticolosità e la freddezza che noi non possiamo pretendere di avere -e con il senno di poi- spiegarci come evitare, nel prossimo futuro, di ripetere una esperienza simile. In una società che vede ogni istituzione, ogni organizzazione (pubblica, ma anche privata e sociale) in caduta libera di credibilità; dove la fonte in cui le persone ormai esprimono maggiore fiducia è il vicino di casa (vedere i risultati dell'ultimo trust barometer della Edelman); dove la classe dirigente si segnala per una grottesca caduta complessiva di stile e di gusto; dove la rissa, la bugia, l'insulto e l'avvelenamento dei pozzi è pratica quotidiana; dobbiamo prendere atto  -anche grazie alla nuova legge elettorale che restituisce alle coalizioni dominanti dei singoli partiti, il pieno controllo sulla rappresentanza politica, sottratta al cittadino elettore- dello stato di crisi della democrazia rappresentativa&un fenomeno che ovviamente non è soltanto nostro, ma che da noi vive una stagione particolarmente acuta.
E la comunicazione centra eccome!Quando il candidato premier dell'opposizione si trova costretto a fare autocritica dicendo a Lucia Annunziata di aver fatto un errore di comunicazione a proposito della questione fiscale, ma aggiunge che 'gli italiani non sono mica stupidi'...dimostra platealmente di avere capito assai poco di quel che sta dietro ad un processo comunicativo efficace e interpreta, alla pari del suo avversario, la comunicazione politica come manipolazione della realtà, come artefatto persuasivo e si dà la zappa sui piedi ammettendo implicitamente di avere egli stesso artefatto la realtà!Allora, la Fabbrica -quella rilevante iniziativa di ascolto preventivo per la stesura di un programma che tenesse conto delle aspettative dei pubblici influenti e che lasciava intravedere una concezione laica e moderna della comunicazione, non come artifizio retorico ma come dialogo e interazione, era soltanto una trovata pubblicitaria?Probabilmente non è così, ma è certo che le contraddizioni abbondano.
La crisi di rappresentanza della democrazia nel nostro Paese trova la sua massima espressione nella incapacità di qualsiasi organizzazione (pubblica, privata o sociale che sia) di assumere e di attuare decisioni nei tempi richiesti dalle dinamiche della competizione internazionale.La scoperta tardiva della stakeholder society fornisce impropriamente un alibi formidabile alle nostre coalizioni dominanti.E, questa incapacità di decidere e di attuare in fretta, a sua volta, dipende dalla non applicazione del principio di responsabilità che caratterizza l'essere o non essere dei veri decisori .
Salvo le solite eccezioni, le nostre coalizioni dominanti non soltanto non ascoltano le aspettative dei loro pubblici influenti prima di assumere le decisioni e pensano sia sufficiente ascoltarli dopo, proprio per comunicare a loro con maggiore efficacia (modello della persuasione scientifica di Bernays); ma la gran parte di loro si lascia imbambolare dai riti e miti dello stakeholder engagement (inteso come parodia della inclusività) fino a tornare a modelli di perverso consociativismo, di paralisi dall'analisi, stimolando così tutte le frange antagoniste della società a ritenere dovuto un diritto di divieto erga omnes a qualsiasi intervento che acceleri la modernizzazione.
La  nostra classe dirigente, le nostre coalizioni dominanti, hanno della comunicazione una visione soltanto unidirezionale e asimmetrica, e la ammantano di political correctness per evitare di affrontare la vera questione, che è squisitamente nell'applicazione del principio di responsabilità:se come manager o come politico ho un mandato per assumere decisioni, razionalità ed efficacia richiedono che ascolti gli stakeholder prima con le modalità e i tempi che riterrò più opportuni. Poi però, sarò io stesso a decidere, e in base all'esito di quella decisione verrò giudicato, premiato o punito, al prossimo di giro di walzer, sia manageriale che elettorale.Ecco il principio di responsabilità!Mentre il suo contrario sta nel trincerarsi dietro improbabili normative o litanie inclusiviste e partecipazioniste che suonano come alibi alla irresponsabilità, suscitando e favorendo oggettivamente dissensi e antagonismi impropri, con il risultato che il Paese rimane indietro nella competizione internazionale.
E questa è la storia degli ultimi anni che molti avevano sperato di avere svoltato, quando hanno deciso di mandare a Palazzo Chigi un imprenditore, un liberista e un decisionista.Non è andata così ed è stata proprio la cultura della comunicazione a mancare.(tmf)

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