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Media, informazione ed etica: la situazione dell'Italia

19/11/2008

In preparazione del XVII Congresso Nazionale dell’UCSI - Unione della Stampa Cattolica - si è svolto lo scorso martedì a Roma il Forum "La crisi del sistema dei media in Italia. Informazione senza etica?".

Basta con i processi mediatici, con la riproduzione secondo le modalità tipiche del mezzo televisivo dei procedimenti giurisdizionali in corso: è il richiamo ribadito dal presidente dell’Autorità per le Garanzie nelle comunicazioni, Corrado Calabrò, nel suo intervento al Forum “La crisi del sistema dei media in Italia. Informazione senza etica?“organizzato dall’Ucsi.


Gli altri relatori che hanno partecipato all’incontro – moderato da Massimo Milone, presidente Ucsi – sono stati:


Adriano Fabris, docente Etica della Comunicazione (Università Pisa-Lugano)
Furio Garbagnati, presidente dell’Associazione relazioni pubbliche (ASSOREL)
Franco Miano, presidente di Azione Cattolica
Marco Pratellesi,capo redattore del Corriere della Sera on line


“La Tv – ha sottolineato Calabrò – rischia di sovrapporsi alle funzioni della giustizia, fino a precostituire nell’opinione pubblica giudizi precisi su casi concreti basati una verità virtuale che può influire, se non prevalere, su quella processuale. C’é il rischio di degenerare in una gogna mediatica che può diventare condanna inappellabile”.


Su questi temi “l’ Autorità ha costituito un gruppo di lavoro che ha il compito di elaborare un codice di autoregolamentazione per porre limiti – ha detto Calabrò – a questo fenomeno degenerativo: si è insediato da sette mesi, ma trova resistenze enormi da parte delle emittenti che non vogliono alcun limite, alcuna regola”.


Nel mirino del presidente dell’Autorità anche i talk-show: “la telepolitica è diventata la politica e viceversa. I Talk-show – ha sottolineato Calabrò – deprimono i contenuti riducendoli a slogan. Nelle interviste si crea un contraddittorio, nel Talk invece vincono i conduttori. Ma anche i politici dovrebbero andare in tv quando hanno qualcosa da dire e non solo per farsi vedere”.
Più in generale, parlando delle responsabilità dei giornalisti, Calabrò ha puntato il dito contro l’informazione sulla crisi finanziaria: “ho letto pagine su pagine, ma molto generiche. Purtroppo non ho trovato nell’informazione italiana cifre, valutazioni precise e stringenti come quelle offerte dalla stampa internazionale”.


La parola è poi passata a Furio Garbagnati, Presidente di Assorel (l’associazione che raggruppa le principali società di relazioni pubbliche italiane) che ha toccato anche il tema, sempre spinoso, dei rapporti tra giornalisti e relatori pubblici. Partendo da alcune ricerche che, pur con tutti i limiti che sempre le ricerche hanno, possono ben rappresentare la situazione: secondo la ricerca effettuata dal professor Finzi su commissione dell’ordine lombardo dei giornalisti la professione giornalistica è vista come tendenzialmente inaffidabile e partigiana; secondo un’altra recente ricerca i giornalisti sono incompetenti (60%), non indipendenti (52%) di parte (48%) corrotti (40%). Un’altra recente ricerca dell’università di Cardiff ha indicato come i giornalisti basino l’80% del loro lavoro su materiali forniti da relatori pubblici ed agenzie di stampa.


“Se poi pensiamo che a loro volta le agenzie di stampa basano gran parte del loro lavoro su comunicati forniti sempre dalle stesse fonti” – ha affermato Garbagnati – “abbiamo un quadro ancora più realistico della situazione. Un recente libro di Giuseppe Altamore, caposervizio di Famiglia Cristiana “i padroni delle notizie” descrive le relazioni pubbliche come “una ragnatela che avvolge il pianeta delle news” fabbricando notizie, costruendo a tavolino fantasiosi sondaggi di opinione, coccolando giornalisti compiacenti con viaggi premio e regali, tormentando le redazioni con fax (sic) ed e mail..insomma “un esercito di ruffiani”.


“Insomma le due categorie, come si suol dire, non godono di buona stampa!” ha continuato Garbagnati. “Ma le cose stanno davvero così? Io non credo e non lo credo per entrambe le categorie. Altamore, con un certo furore integralista e “grillino” confonde delle patologie con la sostanza. Assolutamente vero che oggi giornali sono fatti in gran parte da comunicati stampa o da informazioni provenienti da agenzie o strutture interne di comunicazione. E allora? Se vogliamo dire che si è perso un certo giornalismo di inchiesta o una ricerca spontanea di fonti e notizie può anche esser vero (ma credo che dipenda molto di più dalla velocità e dalla quantità di informazione che dalla decadenza della professione giornalistica che invece, vista nel suo insieme, mi sembra molto più preparata di alcuni anni fa).


Perché mai questo dovrebbe significare che i comunicatori sono tutti dei ruffiani ed i giornalisti degli incapaci? I buoni comunicatori e le Associazioni che li rappresentano hanno i loro codici deontologici come i buoni giornalisti che conoscono ilo dovere di verificare la notizia e di confrontala con altre fonti. Sentire rivangare i viaggi premio, i regali,le persuasioni occulte (ma Vance Packard le riferiva alla pubblicità) lo trovo francamente fuori luogo non perché non esistano, esistono purtroppo eccome. Ma appunto si tratta di patologia perché esistono cattivi comunicatori, cattivi giornalisti come esistono cattivi medici o cattivi avvocati ma evocarlo come una categoria dello spirito mi sembra più il segnale di un facile sensazionalismo che non la volontà di indagare seriamente i fenomeni.”


L’obiettivo dei relatori pubblici e dei comunicatori è anche quello di cambiare opinioni, atteggiamenti e comportamenti. In merito Garbagnati afferma: “Ogni comunicatore sa che la comunicazione deve essere trasparente in termini di rappresentanze di interessi,e di eticità della forma e della sostanza. Sull’altro fronte si accusa il giornalismo di non avere più come fine quello di informare il cittadino ma quello di formare il perfetto consumatore. Ma cittadino e consumatore non sono la stessa persona? E perché mai l’informazione dovrebbe essere concepita solo come manipolatoria e non anche come educativa? Mi sembra una visione molto elitaria ed arcaica della dinamica dei processi formativi ed educativi. Certamente bisogna far capire soprattutto ai giovani come si leggono i giornali distinguendo fra quotidiani e riviste smaccatamente marchettare e l’informazione di qualità. Agendo certo sul consumatore perché rinnegare il consumatore vuol dire rinnegare la contemporaneità e le dinamiche dell’economia, ma creando anche , attraverso proprio la qualità dell’informazione un consumatore consapevole che è quello di cui la società contemporanea ha bisogno per uscire dalla trappola di un consumismo indistinto ed aberrante.


Giornalisti e comunicatori, certamente, rappresentano interessi diversi, anche se non condivido ciò che spesso sento dire dagli amici della stampa che noi rappresentiamo interessi privati e loro l’interesse Pubblico (con la maiuscola) poiché credo che anche la nostra professione quando ispirata alle regole deontologiche che ci siamo dati, concorra all’interesse pubblico. Avrò l’inguaribile ottimismo della volontà, ma credo che oggi l’opinione pubblica, anzi le opinioni pubbliche, siano molto più consapevoli di quanto accadeva ad esempio 47 anni fa quando lo storico americano Daniel Boorstin parlava di opinione “pubblicata”. Oggi poi un elemento accomuna entrambe le professioni ed è la disintermediazione dell’’informazione che da una lato impone ai giornalisti una riflessione sui contenuti mentre dall’altro impone ai relatori pubblici una doverosa attenzione nella scelta della e fonti e dei canai di informazione.”


Parlando invece dei nuovi media, Garbagnati afferma che questi hanno modificato il modo di produrre e definire i contenuti dell’informazione. “Alcuni ritengono che il fatto che si muovano in una globalizzazione ancora priva di una regolamentazione vincolante rappresenti un problema in termini di etica dei flussi informativi essendo sconvolti i processi di certificazione dell’informazione. E’ vero che i confini dell’etica divengono in questo ambiente sempre più difficili da regolare. Ma credo anche che si tratti di un processo inarrestabile che abbia importanti risvolti positivi in termini democratici e contribuendo attraverso la formazione di opinioni e comportamenti elaborati direttamente nelle community di riferimento alla creazione di quel consumatore e di quel cittadino consapevole di cui accennavo più sopra. Senza dubbio vi sono dei rischi poiché si permette a tutti di trattare l’informazione senza disporre a volte degli strumenti deontologici per farlo.


Ma ciò non deve rappresentare l’appiglio per una condanna del mezzo quanto uno sprone ad aumentare l’impegno dei professionisti della comunicazione per rivendicare il proprio ruolo ed un appello al senso di responsabilità ed all’etica che devono contraddistinguere la produzione di informazione e di comunicazione di qualità. Ed è proprio il ricorso all’etica delle responsabilità che costituisce il migliore scudo della libertà democratica. Una sempre più profonda relazione tra giornalisti e relatori pubblici in questo mondo che cambia così velocemente può contribuire a porre le basi per un nuovo patto implicito tra cittadinanza ed informazione perché, come scrisse Ferruccio De Bortoli nella prefazione di un mio libretto due anni fa “ La buona comunicazione di impresa, che informa e non manipola, che non si sostituisce ai media ma li aiuta ad interpretare realtà complesse, rende più trasparente il rapporto tra chi produce e chi consuma, fra chi vende e chi compra.”


“La comunicazione non è tutto ma è molto, moltissimo,in un mondo aperto,dominato dal rapporto diretto e senza diaframmi tra aziende e pubblico – ha concluso il Presidente Assorel. “La democrazia economica è fatta di trasparenza e chi comunica,come chi informa,svolge un insostituibile ruolo civile e da corpo ogni giorno ad una costituzione economica materiale che non ammette più sudditi né fra chi legge né fra chi compra.”


(Nella foto Furio Garbagnati, Presidente Assorel e Massimo Milone, Presidente nazionale UCSI)

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