Sergio Vazzoler, Coordinatore Commissione Sostenibilità
Gli impatti climatici sono ormai entrati nel lavoro, nella salute e nei bilanci, ma l’adattamento resta spesso episodico e la comunicazione continua a rincorrere le emergenze.
Sono passati ben nove anni quando, da questo sito, nell’articolo Il clima, la grande cecità e il ruolo dei comunicatori, mi chiedevo se anche i professionisti della comunicazione fossero immersi nell’incapacità collettiva di vedere la crisi climatica e di immaginare alternative, richiamando il titolo del libro-manifesto di Amitav Ghosh.
Oggi quella domanda ritorna, ma con una variante meno teorica: in questi nove anni quanto ci siamo davvero preparati?
Nel frattempo, il cambiamento climatico ha abbandonato definitivamente i convegni specialistici. È entrato nelle reti elettriche messe sotto pressione dal caldo, nelle catene del freddo interrotte, negli accessi ai pronto soccorso per i colpi di calore, nei cantieri, nei raccolti e nei prezzi alimentari. Sta modificando gli orari dello sport, l’organizzazione del lavoro e la continuità produttiva delle imprese. Non è più soltanto una questione ambientale ma una presenza costante che condiziona economia, salute e diritti.
Nel 2017 il problema era soprattutto riconoscere i segnali deboli e collegarli in una narrazione comprensibile. Oggi i segnali sono diventati forti, frequenti e costosi. Eppure, continuiamo spesso a organizzare città, produzioni e servizi sulla base di condizioni climatiche che non esistono più.
Abbiamo più dati, più piani, più tecnologie e una maggiore consapevolezza, ma prepararsi richiede di più. Significa ripensare turni e orari di lavoro, proteggere le persone più vulnerabili, adeguare reti e strutture, garantire la continuità dei servizi essenziali, costruire luoghi pubblici capaci di diventare rifugi climatici.
Troppo spesso, invece, l’adattamento rimane confinato nell’emergenza: un’ordinanza, una sospensione, una misura temporanea. Anche la cosiddetta “cassa integrazione climatica” rischia di essere letta come un’eccezione, quando segnala una trasformazione strutturale del rapporto tra clima, sicurezza e lavoro.
Per i comunicatori la verifica di quanto fatto negli anni passati è altrettanto severa. Abbiamo contribuito a preparare le organizzazioni oppure ci siamo limitati a raccontarne gli obiettivi? Abbiamo portato il clima dentro le decisioni aziendali o lo abbiamo lasciato nel capitolo ambientale dei report?
Comunicare la crisi climatica non significa solo ripetere che le temperature aumentano ma anche mostrare cosa cambia per un operaio, un commerciante, una famiglia, un’amministrazione locale. Significa rendere visibili vulnerabilità, responsabilità e soluzioni, senza oscillare tra catastrofismo e rassicurazione.
La comunicazione non sostituisce l’azione, ma può impedire che venga rimandata. Può fare emergere le domande che istituzioni e imprese preferirebbero evitare e rendere comprensibile la distanza tra ciò che dichiariamo e ciò che siamo pronti ad affrontare.
In questo ultimo decennio siamo diventati più consapevoli ma non necessariamente più preparati. La “grande cecità” non consiste più nel non vedere la crisi climatica ma nel vederla, riconoscerla e continuare comunque a progettare il futuro come se il clima fosse rimasto quello del passato. Il compito della comunicazione è oggi anche questo: accendere le luci prima del prossimo blackout. E, mentre ne scrivo ancora una volta, mi sono già fatto vecchio…