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Regolare la rappresentanza di interessi: la lezione del rapporto britannico

14/07/2026

Giuseppe de Lucia, Consigliere nazionale*

Il rapporto britannico sposta l'attenzione dalla figura del lobbista all'attività esercitata, mettendo al centro la conoscibilità delle relazioni con i decisori pubblici.



Il rapporto pubblicato nei giorni scorsi dalla Ethics and Integrity Commission del Regno Unito rappresenta uno dei contributi più interessanti degli ultimi anni al dibattito sulla regolamentazione della rappresentanza di interessi. Non tanto per le ventidue raccomandazioni che contiene, molte delle quali rispondono alle specificità dell'ordinamento britannico, quanto per l'impostazione culturale che propone e per il cambio di prospettiva che suggerisce.

 

Il documento parte infatti da un presupposto tanto semplice quanto spesso trascurato: il lobbying non costituisce un'anomalia della democrazia, ma una sua componente fisiologica. Imprese, associazioni di categoria, organizzazioni della società civile, enti del Terzo settore, università, think tank e professionisti contribuiscono quotidianamente alla formazione delle politiche pubbliche mettendo a disposizione competenze, dati, esperienze e conoscenze maturate nei rispettivi ambiti di attività. La qualità delle decisioni pubbliche dipende anche dalla capacità delle istituzioni di confrontarsi con questa pluralità di punti di vista.

 

In questa prospettiva, il problema non è l'esistenza della rappresentanza di interessi, ma il modo in cui essa si svolge. Una democrazia matura non dovrebbe guardare con sospetto al dialogo tra decisori pubblici e portatori di interesse; dovrebbe piuttosto preoccuparsi di renderlo trasparente, tracciabile e accessibile ai cittadini.

 

È proprio questo il cuore della proposta avanzata dalla Commissione britannica. Il rapporto suggerisce infatti di superare l'attuale registro dei consulenti lobbisti per costruire un sistema capace di rendere trasparenti tutte le attività di rappresentanza di interessi, indipendentemente da chi le svolga. L'attenzione si sposta così dalla figura del "lobbista" all'attività esercitata. Ciò che assume rilievo non è tanto l'identità professionale dell'interlocutore, quanto la conoscibilità delle relazioni che si instaurano con i decisori pubblici: chi incontra chi, su quali temi, nell'interesse di quale organizzazione e con quale finalità.

 

Si tratta di un cambiamento tutt'altro che marginale. Per molti anni il dibattito sulla regolazione del lobbying si è concentrato prevalentemente sulla definizione dei soggetti da iscrivere in un registro e sugli obblighi cui sottoporli. L'approccio britannico propone invece una logica diversa: ciò che deve essere trasparente è il processo decisionale, non una singola categoria professionale.

 

La trasparenza, in questa visione, non è un adempimento burocratico né uno strumento di controllo fine a sé stesso. Diventa un'infrastruttura della democrazia, capace di rafforzare l'accountability delle istituzioni, migliorare la qualità delle politiche pubbliche e accrescere la fiducia dei cittadini. Un sistema digitale, facilmente consultabile e costantemente aggiornato rende infatti comprensibili le modalità con cui le decisioni vengono costruite e permette di conoscere quali interessi abbiano contribuito al confronto pubblico.

 

Questo approccio appare particolarmente interessante anche perché supera una contrapposizione che spesso caratterizza il dibattito pubblico: quella tra partecipazione e trasparenza. Le due dimensioni non sono alternative. Al contrario, una rappresentanza di interessi ampia, pluralistica e aperta può esprimere tutto il proprio valore proprio quando opera all'interno di regole chiare e di procedure conoscibili. La trasparenza non limita il confronto; lo rende più credibile, più equilibrato e più legittimo agli occhi dell'opinione pubblica.

 

Il rapporto britannico offre quindi uno spunto che va oltre il contesto nazionale nel quale è stato elaborato. Interroga tutte le democrazie contemporanee sulla necessità di costruire sistemi di regolazione che sappiano coniugare apertura, responsabilità e qualità del processo decisionale, evitando sia il rischio dell'opacità sia quello di un'eccessiva burocratizzazione.

 

Anche in Italia questo tema è oggi al centro del dibattito istituzionale. Mentre il Senato si appresta a esaminare il disegno di legge sulla disciplina della rappresentanza di interessi, il lavoro della Ethics and Integrity Commission offre alcuni spunti che sarebbe utile considerare. Come evidenziato anche da FERPI, una disciplina efficace non dovrebbe limitarsi a introdurre nuovi adempimenti, ma costruire un sistema organico, fondato su regole chiare, proporzionate e realmente applicabili, capace di garantire trasparenza, parità di accesso ai decisori pubblici e responsabilità condivisa.

 

La questione, in fondo, non è se regolamentare il lobbying, ma come farlo. Una buona disciplina dovrebbe riconoscere il valore democratico della rappresentanza di interessi e renderla pienamente trasparente, senza ostacolare il dialogo tra istituzioni e società. Perché una democrazia aperta non è quella in cui questo dialogo viene limitato, ma quella in cui esso è visibile, comprensibile e accessibile a tutti.

 

Il rapporto

 


*Con delega a Lobby & Public Affairs

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