Sergio Vazzoler
In un contesto segnato da instabilità e sfiducia, il nuovo Rapporto di Primavera richiama il ruolo della comunicazione nel rendere la sostenibilità non solo una transizione da raccontare, ma una conversione culturale da costruire insieme a persone, imprese e territori.
Il Rapporto di Primavera 2026 dell’ASviS consegna una fotografia complessa del Paese e del contesto internazionale. Guerre, crisi energetiche, tensioni geopolitiche, disuguaglianze, rischi climatici e crescente sfiducia nelle istituzioni compongono uno scenario in cui la sostenibilità non può più essere letta come un tema settoriale o accessorio.
Il Rapporto insiste ancora una volta sul falso dilemma tra sostenibilità e competitività. Le evidenze riportate mostrano che le imprese più orientate alla sostenibilità registrano performance migliori. Le aziende manifatturiere con alto profilo di sostenibilità presentano un differenziale positivo di valore aggiunto rispetto a quelle meno impegnate; le imprese High-ESG mostrano migliori risultati in termini di ricavi, occupazione e investimenti.
Il messaggio centrale del Rapporto è chiaro: riforme e investimenti orientati allo sviluppo sostenibile rappresentano una risposta concreta alla fragilità economica, sociale, ambientale e istituzionale del Paese. Non si tratta solo di raggiungere gli Obiettivi dell’Agenda 2030, ma di rafforzare la capacità dell’Italia – ma non solo – di affrontare shock futuri, ridurre vulnerabilità e costruire nuove condizioni di competitività.
Secondo ASviS, il sostegno della società italiana all’Agenda 2030 resta elevato. Il 90% degli studenti e delle famiglie e l’85% della business community considera importanti o molto importanti i 17 Obiettivi di sviluppo sostenibile. È un dato rilevante, perché mostra come la sostenibilità continui a essere percepita come un orizzonte necessario, nonostante una fase pubblica caratterizzata da polarizzazioni, resistenze e semplificazioni.
Allo stesso tempo, il Rapporto segnala ritardi significativi. Su 38 obiettivi quantitativi analizzati, 22 non appaiono raggiungibili entro il 2030. Restano critici ambiti come povertà, occupazione, parità di genere, crisi idrica, transizione energetica, tutela degli ecosistemi e qualità della governance. Senza una discontinuità nelle politiche pubbliche, l’Italia rischia di arrivare al 2030 senza cambiamenti strutturali sufficienti.
In questo contesto non è sufficiente quindi spiegare la sostenibilità, ma è necessario renderla credibile, vicina e riconoscibile. In un tempo segnato da stanchezza informativa, overload di messaggi ESG e crescente diffidenza verso le narrazioni aziendali, la comunicazione è chiamata a uscire dalla logica dell’autocelebrazione e a ricostruire legami di fiducia con persone, territori e stakeholder.
Dal mio punto di vista, questo scenario ci impone un cambio di prospettiva: forse oggi non basta più parlare di transizione. La parola “transizione” ha avuto il merito di rendere comprensibile il passaggio da un modello a un altro – energetico, produttivo, sociale, culturale. Tuttavia, rischia di suggerire un movimento lineare, quasi tecnico, in cui il cambiamento coincide con l’aggiornamento di strumenti, processi e regole.
Il Rapporto ASviS sembra indicare qualcosa di più profondo. La sostenibilità, per diventare risposta reale alla fragilità del nostro tempo, deve assumere i tratti di una conversione. Non in senso astratto o morale, ma come cambio di orientamento: nel modo in cui si prendono decisioni, si distribuiscono responsabilità, si misurano gli impatti, si costruiscono relazioni con gli stakeholder.
La sfida è passare da una comunicazione centrata sulla reputazione (sicuramente fondamentale) a una comunicazione orientata anche alla relazione. Meno storytelling autoreferenziale, più capacità di rendere visibili gli impatti. Meno linguaggio tecnico come barriera, più traduzione dei dati in significati condivisi. Meno promessa di futuro, più responsabilità nel presente.
In questo senso, la sostenibilità non è soltanto una transizione da gestire, ma una metamorfosi da accompagnare. Cambia il modo in cui imprese, istituzioni e comunità si percepiscono dentro lo stesso ecosistema. Cambia il rapporto tra competitività e cura, tra crescita e limiti, tra innovazione e responsabilità. Cambia, soprattutto, il ruolo della comunicazione: non più semplice racconto di ciò che accade, ma spazio in cui costruire fiducia, consapevolezza e partecipazione.