/media/post/3r9zrpu/mi.jpg
Ferpi > News > Pani(co)ronavirus

Pani(co)ronavirus

08/03/2020

Alessandro Cederle

Gli ultimi giorni, scanditi da bollettini sull’emergenza coronavirus, hanno cambiato la quotidianità di tutti e lasciato spazio a immaginare gli effetti che tutto questo potrà avere in futuro. Alessandro Cederle dipinge uno degli scenari possibili, in cui la figura del comunicatore assume lo stesso prestigio dei retori nell’antica Grecia.

Vi scrivo dalla zona arancione, da una Milano scolorita, spopolata, diversa, anche un po’ inquietante. Non avrei mai pensato di lamentarmi della mancanza di traffico ma anche stamattina le vie vuote facevano venire tristezza, o il “magùn” come si dice da queste parti. Vien quasi da dire: ridateci le polveri sottili, le incazzature in tangenziale e i bar sovraffollati un-caffè-in-10-secondi.

La parte più difficile del presente è quella psicologica: abituarsi all’idea di una normalità che potrebbe mancare per un tempo prolungato, dove le cose più scontate, per quanto semplici e insignificanti, non sono disponibili e per questo ci mancano. Vorrei, vorremmo, che fosse tutto frutto di un falso allarme, che di colpo cadesse il sipario per scoprire che si era esagerato, per tornare subito il giorno dopo alle nuvole di fumo di un mondo fatto di città.

Voglio costringermi ad andare oltre, a provare a capire come questo pani-corona-virus, oltre a essere una concreta minaccia alla salute e una clamorosa rottura di scatole, possa lasciarci anche qualcosa di positivo. Dopo tutto, non tutti i CoViD-19 vengono per nuocere.

Le crisi, in particolare, accelerano i cambiamenti, e questa non farà eccezione; né farà eccezione il mondo della comunicazione.

Immaginiamo allora di essere nel 2023.

Purtroppo, il virus nel corso del 2020 ha fatto il giro del globo, infliggendo danni pesanti alle persone e alle economie. Per fortuna, tutte le cose finiscono, quelle belle ma anche quelle brutte. Sono passati due anni e la pandemia è un doloroso ricordo. Stati e organizzazioni sovranazionali hanno imparato a caro prezzo lezioni preziose e hanno rinforzato le difese nei confronti dei flagelli di questo tipo. Per dirne una, gli Stati Uniti sono stati costretti ad abbracciare una sanità sul modello europeo, pena la scomparsa della nazione.

Dopo un anno di assoluta emergenza e di costrizioni ai modelli di comportamento usuali, le persone sono cambiate, sono cambiati i comportamenti stessi e poi anche gli atteggiamenti. In particolare, è cambiato il modo in cui le persone comunicano tra loro, e con cui le aziende comunicano con loro.

Lo “smart working” è ormai il modo di lavorare normale per la gran parte della popolazione. Si è ricomposta in questo modo la dolorosa separazione tra abitazione e luogo di lavoro introdotta nella storia umana dalla rivoluzione industriale. Sono finiti gli enormi parcheggi in tangenziale, le strisce blu dappertutto e i treni strapieni e in perenne ritardo.

Sistemi di realtà virtuale, mista e aumentata si sono diffusi in tutte le abitazioni soppiantando le televisioni. Molto comuni sono anche i device per la teleconferenza avanzata. Gli smart glasses hanno rapidamente sostituito gli smartphone.

È l’era dello streaming everywhere. In pochi anni, si è passati dalla parola scritta all’immagine, dall’immagine al video, dal video alla realtà virtuale. La modalità quotidiana con cui le persone interagiscono tra di loro è quella della diretta su sistemi che riproducono con fedeltà l’impatto esperienziale dei 6 sensi. Riunioni e incontri avvengono in stanze virtuali in cui ci si guarda tra ologrammi; le stanze stesse sono ambientate artificialmente nei luoghi preferiti (in cima alla Grignetta o sullo sfondo dell’Anse Royale). Questo peraltro consente di fare anche qualche ritocchino all’aspetto fisico. Tante cose cambiano, ma non la vanità, come quando (ma ve lo ricordate?) presentatori e presentatrici si facevano sparare in faccia fari da transatlantico per eliminare le rughe in diretta televisiva.

In uno scenario di totale personalizzazione dell’esperienza, sono semplicemente scomparsi i media di massa. Questo vale anche per i grandi eventi sportivi. Se alla finale del campionato del mondo del 2018, allo Stadio Lužniki di Mosca, avevano assistito 80.000 spettatori paganti, a quelli del 2022 in Qatar erano presenti “dal vivo” circa 1 miliardo e mezzo di persone. Erano lì (virtualmente, si intende) seduti con i loro amici, e grazie ai nuovi sistemi, la fruizione di ciascuno era totalmente personalizzata, senza l’occhio della telecamera a far vedere a tutti la stessa medesima cosa. “Erano” allo stadio, seguivano la parte dell’azione che più interessava loro, si distraevano per una battuta con il vicino di caschetto, anzi di poltroncina.

Di conseguenza, anche la pubblicità è scomparsa. Sofisticati algoritmi leggono in anticipo i bisogni, le esigenze e le voglie del cliente e perfezionano gli acquisti di qualunque tipo con modalità che vanno dalla veloce revisione di una coppia di alternative (preferita dalle persone più anziane) a quella totalmente automatizzata prediletta dai più giovani. L’atto consapevole di acquisto (o di vendita), il funnel è relegato agli acquisti di oggetti esclusivi o di culto. Per il resto, trovi già a casa quello che ti serve o che semplicemente desideri.

Anche l’intrattenimento si è completamente evoluto. Le storie dei film e delle serie si adattano alle caratteristiche di ogni spettatore, diramandosi in una serie infinita di esperienze totalmente personalizzate, a seconda dell’individuo, del giorno, dell’ora, del posto, del tempo atmosferico e di mille altre variabili che connotano il “qui ed ora”.

Gli spazi urbani e extra urbani si sono riqualificati. I palazzi delle assicurazioni e gli edifici “uso ufficio” hanno lasciato lo spazio a parchi e giardini. Più villette, meno appartamenti.

In alcuni, pochi per dire la verità, diciamo pure un’élite, l’artificiale ha acceso la nostalgia dell’analogico, come il vinile nei confronti del CD. L’uso protratto della mascherina e la necessità di mantenere la distanza da droplet ha innescato in costoro una nostalgia da incontro umano autentico tale da relegare gli spazi virtuali a fini meramente funzionali, o di intrattenimento generico.

Le vie delle città, rese deserte dal crollo del commuting, si animano dunque all’ora dell’aperitivo o in occasione dei mercatini in cui si vendono gli oggetti di modernariato (pezzi di motore a scoppio, schermi di computer, scrivanie da ufficio). Sono occasioni per praticare la serendipity, l’arte di trovare quello che non stavi cercando, motore atavico dello sviluppo dell’essere umano, da sempre nomade nel profondo del cuore.

Queste occasioni di incontro sono selettive e elitarie. Non più centri commerciali strapieni di folla durante i giorni festivi, ma luoghi di ritrovo per comunità specialistiche ed esclusive, appassionati di generi e argomenti privilegiati. La settimana lavorativa, che non supera mai le 20 ore per effetto dell’enorme crescita della produttività resa possibile dall’avvento dell’approccio smart al lavoro, ha lasciato spazio alle arti liberali, all’esercizio della filosofia, alla riflessione, all’arte e alla spiritualità.

La professione del comunicatore è mutata in modo profondo, espandendosi e declinandosi nello spazio comune tra conoscenza umana e intelligenza artificiale. Lontano dai modelli mass market così rozzi e primitivi, dal mondo degli spot e dei comunicati stampa, l’arte della persuasione one to one è diventata l’intelligenza e il motore della vita sociale. Basta con target, segmenti, consumatori, cluster, nicchie, asce socio-demo... Sapere leggere ansie, passioni e credenze di ciascuno, saper fare appello contemporaneamente alle tensioni profonde che abitano chiunque e alle idiosincrasie che definiscono l’identità di ciascuno, sapere creare quel miracolo infinito di un prodotto (o brand, o movimento, o candidato) che si fa persona, o perlomeno assume una personalità autentica e distintiva, per dialogare poi con ogni abitante del mondo in modo esclusivo e privilegiato significa fornire la preziosa chiave di accesso alla fitta rete di relazioni che circonda il globo. È un compito quasi sacerdotale, che per dire la verità suscita in alcuni sospetti di idolatria. E il comunicatore ha ormai lo stesso prestigio dei retori nell’antica Grecia.

 

COMMENTI

Eventi