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Parole disarmate e disarmanti

02/11/2026

Alex Moscetta

Dall’Incontro Internazionale per la Pace “Pace disarmata e disarmante”, promosso dalla Comunità di Sant’Egidio ad Assisi dal 25 al 27 ottobre, una riflessione sul ruolo delle parole, delle narrazioni e della comunicazione responsabile nel promuovere il dialogo e costruire una cultura di pace.

 

Il 27 ottobre 1986, San Giovanni Paolo II convocò ad Assisi le religioni per un momento di preghiera per la pace, in un tempo in cui la Guerra fredda e la divisione tra i due blocchi erano forti.

 

Un momento che non poteva restare unico. Così Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio, propose di continuare quello Spirito di Assisi con un incontro di dialogo tra donne e uomini di religioni e culture diverse per la pace. E così, dopo 40 anni, si è tornati nella città di San Francesco, dal 25 al 27 ottobre, con oltre 5.000 partecipanti da tutto il mondo.

 

In una stagione della forza e del conflitto, assume grande valore questo incontro di dialogo per una pace disarmata e disarmante. Una pace che è un cantiere aperto a tutti, dove chiunque può essere un artigiano che la costruisce.

 

Parlare, ascoltarsi, raccontare, conoscersi: questi sono i tratti del dialogo. Un dialogo che aiuta a comunicare in maniera responsabile. Una buona comunicazione che deve avere come obiettivo la giustizia sociale.

 

«Disarmare le narrazioni significa anche questo: restituire alle parole il loro significato, liberarle dagli automatismi, impedire che diventino strumenti di paura o di rassegnazione», ha detto Marco Girardo, direttore di Avvenire, intervenendo al convegno dedicato a “Media, narrazioni e potere nell’età digitale”.

 

Approfondire, dare voce alla «diplomazia umanitaria, alle comunità che resistono» è una responsabilità di chi si occupa di comunicare, di chi costruisce relazioni, di chi contribuisce alla coscienza e al bene comune. Serve il coraggio di dire ciò che appare inevitabile.

 

Scrive il filosofo coreano Byung-Chul Han: «Nella misura in cui il capitalismo mira ad appropriarsi della prassi narrativa, allora esso si impadronisce della vita a un livello pre-riflessivo e così facendo sfugge al controllo cosciente e alla riflessione critica. La narrazione è sempre più efficace dei fatti perché suscita emozioni».

 

In un panel, il giornalista Andrea Malaguti ha detto: «Oggi mancano narrazioni, racconti, che aprono al futuro e alla speranza. Se piacciono gli inglesismi, dobbiamo abbandonare l’era dell’I-ness, con l’io al centro, per passare rapidamente a quella della We-ness, con il Noi al centro».

 

Da questi giorni si apre allora una bellissima prospettiva, come definito dal Forum dei Giovani: il mondo può cambiare.

 

Come si legge nell’appello finale: «Basta con le guerre! Basta con la cultura della guerra, scegliamo la creatività del dialogo e l’audacia della pace».

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