Redazione
Il nuovo paper di Vincenzo Manfredi per FERPILab affronta una domanda radicale: da dove viene, davvero, ciò che comunichiamo?
C'è una tentazione ricorrente nel mondo delle relazioni pubbliche: quella di rispondere alla domanda come si comunica prima ancora di aver risposto a una più profonda – da dove viene ciò che si comunica. Il nuovo paper di Vincenzo Manfredi, Direttore Scientifico di FERPILab, muove esattamente da questo scarto. E lo fa con una scelta inusuale per un testo professionale: tornare alle parole. Non alle parole del mestiere, ma alle parole che reggono il mestiere dall'interno.
Cura e custodia: due termini latini che il nostro tempo ha ridotto a funzioni burocratiche, e che invece portano con sé una visione dell'essere umano che vale la pena recuperare per intero. Manfredi le scava dall'interno – dall'etimologia alla mitologia, dalla filosofia antica alla più recente teoria politica – per mostrare che non sono metafore professionali, ma atti umani che precedono qualsiasi ruolo.
Il percorso è filosoficamente denso, ma mai accademico. Dal mito di Igino Mitografo – dove Cura è la forza che plasma l'essere umano e lo possiede per tutta la vita – alla Sorge di Heidegger, che in Essere e Tempo identifica nella cura la struttura fondamentale dell'esistenza. Dalla maieutica socratica del Teeteto – l'arte del far nascere, non del riempire – alla discesa del filosofo platonico nella caverna, che diventa metafora di chiunque scelga di fare del proprio lavoro un atto di responsabilità verso il mondo.
Il paper attraversa poi Cicerone, Agamben, Benjamin e Morin, convocati non per erudizione ma per utilità: per dire qualcosa di preciso sulla qualità delle relazioni, sulla tenuta della memoria, sulla differenza tra chi è e fa e chi fa senza essere. Questa distinzione – sintetizzata con precisione dall'amico e interlocutore Beniamino Buonocore – è il cuore etico dell'intero ragionamento: la cura non si imita, si incarna. E se resta soltanto nella forma esterna del ruolo, senza radici nella persona, diventa involucro senza vita.
Il paper si chiude con una riflessione sul policy making come terreno in cui questa tensione è più alta e più visibile: il luogo dove una collettività decide di sé, e dove la persona può essere trattata come parametro da ottimizzare oppure riconosciuta come volto. Portare cura e custodia in quel processo, scrive Manfredi, non significa allargare un mestiere a un ambito in più. Significa impedire che il luogo dove si decide il bene di tutti diventi il luogo dove il volto di ciascuno sparisce.
Un paper che parla alla nostra professione senza restare dentro i suoi confini. Che interroga chi siamo prima di interrogare cosa facciamo. E che ricorda, in chiusura, la responsabilità più bella che questo mestiere ci affida: non soltanto comunicare il mondo, ma contribuire con misura e coscienza a renderlo più abitabile.
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