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Premio Pulitzer: la carta ha davvero battuto il Web?

30/04/2009

L’edizione 2009 annulla la competizione tra i media. Il riconoscimento al reporter non è più legato al mezzo espressivo. E a vincere davvero è l’integrazione tra i canali. Rimandato, invece, il “giornalismo diffuso”.

Carta stampata batte Web venti a uno. Potrebbe essere questo il riassunto del primo Premio Pulitzer aperto al giornalismo on line. Ma è stata poi una gara reale quella tra i due mezzi d’informazione? Per rispondere no, basta leggere il nuovo preambolo inserito nelle motivazioni dei premi 2009. Le uniche parole che non cambiano a seconda della categoria sono: “…presented in print or online or both”. Il premio va cioè ad articoli, servizi, animazioni e fotografie “presentati in forma stampata o digitale o entrambe”.


Che il Pulitzer sia diventato un premio al giornalismo a prescindere dal media emerge anche dai singoli premi di quest’anno. Il New York Times ne ha portati a casa cinque e gli articoli relativi erano stati pubblicati sia su carta che on line. E non sono gli unici. In Rete è andato fin da subito anche l’appassionato servizio di Alexandra Berzon, che ha denunciato l’alto tasso di mortalità dei lavoratori edili impegnati sulla Strip, la strada principale di Las Vegas.


Per contro, anche l’unico sito premiato è stato il braccio armato di un quotidiano durante la campagna elettorale USA. Si chiama Politifact.com, appartiene al St Petersburg Times e il suo merito è stato quello di “aver usato l’esperienza giornalistica e il potere del www per setacciare oltre 750 discorsi elettorali, separando i fatti dalla retorica politica in favore dei cittadini votanti”, come afferma la motivazione.


È naturale pensare che il Pulitzer possa essere diventato un premio autoreferenziale per la stampa americana. Basta guardare la composizione delle varie giurie: tutti i componenti sono giornalisti o manager di quotidiani e riviste. Il Premio poi è da anni oggetto di contestazioni, anche perché a inventarlo è stato Joseph Pulitzer, editore incline al giornalismo sensazionalista e poco accurato. Il settore, perdipiù, non attraversa un buon momento: accusa i morsi della crisi. Lo stesso New York Times ha dovuto ipotecare il suo nuovo grattacielo. Serviva, insomma, come ha spiegato anche La Stampa: “un segnale positivo in un periodo di paure e incertezze”. Legittimato peraltro dal coinvolgimento del web istituzionalizzato.


A farne le spese, quindi, sembra proprio essere stato il nuovo “giornalismo diffuso”, quello dei blogger e dei “twitteranti”. Secondo La Stampa il Pulitzer 2009 ha dato ragione a Rupert Murdoch: “il quale ritiene che molti siti concorrenti dei giornali vivono grazie agli articoli che scaricano gratis dagli stessi quotidiani: non possono permettersi gli alti costi della qualità che solo le grandi organizzazioni editoriali riescono ancora ad affrontare”. Su nòva de IlSole24ORE di questa settimana, invece, l’accusa provata del fenomeno opposto: sono gli old media che pescano nei blog, prendendo a volte dei clamorosi granchi.


Basta avere un sito o un blog e tanta passione per fare giornalismo di qualità? I casi di successo sono ancora pochi e, per il resto, gli strumenti e l’uso che ne viene fatto sono a malapena sufficienti per fare autopromozione e opinione. Proprio quella che, prima di mischiarla ai fatti, bisogna imparare a tenere in disparte. Una lezione che il giornalismo americano non ha mai smesso di dare.


Almeno in Italia, i blogger giornalisti potranno intanto consolarsi con il nuovo premio a loro dedicato. Quello istituito dalla Fondazione Premio Ischia per il suo trentennale e tuttora in corso.


Rosario Vizzini – Redazione Cultur-e

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