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Quale futuro per la carta stampata?

16/12/2009

I giovani non leggono i giornali, i giornali si liberano dei giornalisti, i giornalisti diventano relatori pubblici... e noi relatori pubblici che facciamo? Una riflessione di Toni Muzi Falconi.

di Toni Muzi Falconi


Anche il nostro sito (se non ricordo male…) aveva qualche mese fa dato spazio al classico (e in questo caso ben riuscito) tentativo di un collega di ‘occupare’ lo spazio lento agostano dei media, facendo circolare la notizia di un giovane quindicenne inglese che, di fronte ad un pubblico di analisti di Morgan Stanley, diceva la sua sui consumi mediatici dei suoi coetanei.


In effetti si sa ben poco dei consumi dei cosiddetti teenager europei (dai tredici ai diciannove anni).


Il New York Times ora ci dice qualcosa di più segnalando una ricerca di Forrester sui teens europei.
Bene.


La cosa più impressionante è che gli stessi ricercatori di Forrester non hanno neppure contemplato nelle domande la rilevazione del consumo di giornali, confermando almeno in questo quel giovane, quando affermava che i giornali proprio non li guardava mai!


Mi pare anche di ricordare che l’osservatorio italiano di Ceccherini rilevi un radicale calo di acquisto di quotidiani da parte dei giovani. Anche qui nulla di nuovo, salvo il fatto – questo sì, anche impressionante! – che di quei giovani che consultano i siti web dei quotidiani, soltanto uno su dieci va a leggere l’articolo oltre al titolo che appare in home page (click through)!


Dunque i giornali in via di estinzione?


Abbiamo già in passato, e più volte, insistito su alcuni punti:



la generazione degli ultra quarantenni è nata e cresciuta professionalmente nelle media relation e, in particolare, nelle relazioni con i giornali (radio e televisione in secondo, quando non in terzo piano);
la riduzione degli organici dei giornali non solo ha prodotto un impoverimento del prodotto (banale…) ma ha anche ‘liberato ‘ un numero impressionante di professionisti che stanno passando dal giornalismo alle relazioni pubbliche;
tutto questo produce da un lato un vincolo per la crescita (pure in atto) della professione oltre le classiche media relation e dall’altro una acuta concorrenza nell’offerta (quasi sempre opaca) dei nostri servizi al mercato nell’area delle media relation.



Questi punti valgono per l’Italia come valgono per ogni altro Paese.


Cosa sta facendo la professione, cosa stanno facendo le associazioni professionali per rispondere a questo rischio:



di imbarbarimento del mercato dell’offerta;
di freno oggettivo verso la crescita e la diversificazione;
di disintermediazione del nostro ruolo più conosciuto da parte di altre nuove discipline e professioni?



Mi piacerebbe sentire altre opinioni su questo punto, sempre che le premesse abbiano un fondamento.

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