Alex Moscetta
C’è un linguaggio diverso possibile: non quello bellico, duro e a volte spregiudicato nelle minacce e nelle intenzioni; ma quello dell’incontro, dei ponti da costruire e non da distruggere.
Da 4 anni (24 febbraio 2022, data di inizio della guerra in Ucraina) e, soprattutto, nelle ultime settimane quanto è sempre più debole la pace e invece quanto ormai è un’abitudine la guerra, i bombardamenti e le conseguenze che comportano?
Ucraina, Gaza, Iran, Libano e il resto del Medio Oriente, ma anche il confine tra Afghanistan e Pakistan, il Sudan, il Congo e tante – più di 50 – situazioni di conflitto nel mondo.
C’è una sottile erosione quotidiana del valore della pace da parte di chi vede nella guerra un vantaggio economico, politico, a volte anche religioso.
Ma, se analizziamo la storia degli ultimi ottanta anni, possiamo dire chi ha mai vinto totalmente una guerra? Forse dalla Seconda Guerra Mondiale nessuno. Ma sempre dopo il conflitto sono nati l’ONU, l’Unione Europea, si è arrivati a dei traguardi importanti come la fine del colonialismo e l’indipendenza di tanti paesi o il raggiungimento di numerosi diritti fondamentali.
Oggi però è diventato pericoloso, non di successo e fuori moda, parlare di pace. La pace sembra inutile, qualcosa di obsoleto nella stagione della forza.
Ma siamo sicuri che possiamo accantonarla ovunque e quindi anche nella comunicazione stessa e non ascoltare la voce di milioni di persone che la desiderano tantissimo. E siamo sicuri che lo sviluppo umano possa farne a meno?
Come dice Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant'Egidio: “La guerra è la madre di tutte le povertà”. E da qui dovremmo partire per renderci conto cosa rappresenta la guerra come spesa pubblica, dai costi di vite umane all’inquinamento.
Bisogna riaffermare, come Papa Leone XIV con coraggio sta facendo negli ultimi giorni, la necessità di cessare le violenze, fermare le armi e dare priorità alla pace “disarmata e disarmante”.
C’è un linguaggio diverso possibile: non quello bellico, duro e a volte spregiudicato nelle minacce e nelle intenzioni; ma quello dell’incontro, dei ponti da costruire e non da distruggere.
Così come c’è un modo diverso possibile di relazionarsi a livello pubblico-istituzionale e privato: non l’attacco a tutti i costi, né lo scontro e il non ascolto, ma quello del dialogo, del cercare le strade che uniscono, del rispetto dell’altro.
Anche chi si occupa di comunicazione e relazioni gioca nei propri ambiti professionali e di vita un ruolo decisivo e determinante. Dare un segno, dare l’esempio, partire da se stessi per dimostrare che le alternative esistono.
Un impegno formale e personale che ognuno può scegliere. Una comunicazione più responsabile, più attenta all’altro vicino o lontano che sia. Un costruire relazioni umane e di incontro e non di distanza.