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Relazione o comunicazione? Il potere delle parole

05/02/2016

Giampietro Vecchiato

Nella relazione ci si mette in gioco e solo nella relazione è possibile costruire un “ponte” tra chi parla e chi ascolta, tra chi cura e chi è curato. Nella relazione i due soggetti sono sullo stesso piano e per comunicare autenticamente devono uscire da se stessi e immedesimarsi nella vita dell'altro. Le parole hanno un peso che, in situazioni quali in rapporto tra medico e paziente, può diventare difficile da gestire. La riflessione di Giampietro Vecchiato.

 

Secondo Lucia Guidetti Quarta “la parola di un medico, quando esercita la sua funzione, è uno strumento del suo armamentario, è proprio come un bisturi. E va usata con la massima precauzione, perché può provocare danni seri, talvolta irreversibili”. Apprezzo molto l'affermazione della Presidente della Fondazione Giancarlo Quarta di Milano che si occupa di rispetto, dignità e ascolto nelle situazioni di sofferenza e difficoltà. Perché “parlare” e “parlarsi” è più chiaro, più diretto e meno ambiguo del termine “comunicare”, un termine che viene tirato in ballo troppo spesso, in ogni forma di discorso e di vita. Per parlarsi, per mettere insieme, per mettere in comune, è necessario qualcosa in più: è necessario farlo in un “clima di relazione e di fiducia reciproca”. Nella relazione infatti, ci si mette in gioco e solo nella relazione è possibile costruire un “ponte” tra chi parla e chi ascolta, tra chi cura e chi è curato. Nella relazione i due soggetti sono sullo stesso piano e per comunicare autenticamente devono uscire da se stessi e immedesimarsi nella vita dell'altro. Comunicare significa quindi sbilanciarsi verso l'altro e porre l'altro (il destinatario) al centro del processo comunicativo (e non chi parla). Perché la comunicazione o è relazione o non è.

Ma come comunicare? Si può comunicare con le parole; si può comunicare con il silenzio; si può comunicare con il corpo ed i suoi gesti che accompagnano la parola. Concentrandosi sulla “parola” possiamo dire che ci sono parole capaci di creare ponti e parole incapaci di farlo e che, anzi, creano fratture incolmabili, muri, incomprensioni. Eugenio Borgna, nel suo libro “La fragilità che è in noi” (Einaudi, 2014) spiega bene questo concetto e sottolinea “l'importanza psicologica e umana delle parole che si rivolgono ai pazienti e che rispettano, o ne lacerano, la dignità e la fragilità. La chirurgia, la radioterapia e la chemioterapia sono ovviamente strumenti essenziali di cura dei tumori, ma a esse è necessario aggiungere un altro strumento: quello delle parole. Le parole che si dicono, come quelle che si ascoltano; le parole che si condividono, che ci uniscono, che confortano o quelle che feriscono. Le parole sono dotate di un immenso potere: sono in grado di aiutare, i indicare un cammino, di recare speranza, o la disperazione. Quante persone ferite dalla malattia sono lacerate dalle parole troppo violente, troppo dure, troppo inumane, che i medici rivolgono loro. Una diagnosi comunicata in un corridoio o a una segreteria telefonica, un gesto ambivalente che lascia presagire indifferenza o preoccupazione, uno sguardo sfuggente nel momento di rispondere a una domanda: tutto può causare angoscia o disperazione. Così è necessario scegliere parole che possano essere subito comprese e che non feriscano. Questo è il compito, non facile ma necessario, di chi cura: creare relazioni umane che consentano al malato di sentirsi capito e accettato nella sua fragilità, e nella sua debolezza”. E ancora, condividendo il pensiero di David Khayat, grande oncologo francese, Borgna prosegue affermando che “egli mai avrebbe potuto pensare che nella pratica clinica le parole sarebbero state utili come gli strumenti scientifici, ma è stato così; e la parte più importante dell'insegnamento che egli avrebbe lasciato in eredità ai suoi allievi, sarebbe stato quello di ancorarsi, nella cura, alla bellezza morbida e plastica delle parole: al loro potere terapeutico. Le parole non sono incolori, non sono uniformi, non sono semplici e, solo se sgorgano dal cuore e dal silenzio, solo se sono fragili e gentili, lasciano una traccia profonda nell'anima di chi sta male, e chiede aiuto, divorato dall'angoscia e dalla disperazione. Ma le parole, certo, non bastano: se i pazienti hanno la sensazione che non si sia avuto il tempo di ascoltarli, di comprenderli, di prendere coscienza delle loro sofferenze, penseranno che non tutto sia stato fatto per essere loro di aiuto”.

Creare una relazione, una relazione autentica, una relazione piena di significati è allora la premessa alla cura. Una relazione che costruisce ponti è una relazione che cura.

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