Micol Burighel
Dal paper promosso da Amapola con Fondazione Libellula e Università di Torino emerge una domanda che riguarda anche chi comunica: quanto contribuiamo a contrastare la violenza di genere, e quanto invece continuiamo a renderla invisibile, minimizzarla o normalizzarla?
La violenza di genere continua a essere raccontata troppo spesso come un’emergenza. Ma un’emergenza è, per definizione, qualcosa che irrompe, esplode, interrompe la normalità. Qui, invece, siamo davanti a tutt’altro: a un fenomeno strutturale, radicato, sistemico. Un fenomeno che attraversa la società, le relazioni, il lavoro, i linguaggi, i media, le istituzioni. E che proprio per questo non può essere affrontato solo sul piano della reazione, ma va letto e contrastato nella sua natura culturale, con un grande lavoro di prevenzione.
È questa la cornice da cui siamo partiti per promuovere con Amapola, insieme a Fondazione Libellula e Università di Torino, un paper dedicato al ruolo che imprese e organizzazioni possono giocare nella prevenzione e nel contrasto della violenza di genere, presentato a Torino il 5 marzo nel corso di un evento pubblico ospitato da CSI Next. Un lavoro nato per raccogliere dati, pratiche e strumenti, ma anche per aprire uno spazio di riflessione più ampio sulla responsabilità collettiva che questo tema chiama in causa. L’evento ha visto una larga partecipazione e un sostegno diffuso da parte di istituzioni (Città Metropolitana di Torino, Torino Social Impact, Unione Industriali Torino, Camera di commercio di Torino, Comitato per l’imprenditoria femminile Torino) e imprese (CSI Piemonte, Dotwords, Edison, Lidl Italia, Roquette Italia).
Cosa ci dicono i dati
I numeri restano molto elevati. In Italia l’ordine di grandezza è stabile da anni: secondo le ultime rilevazioni Istat, circa una donna su tre ha subìto nel corso della vita una forma di violenza fisica o sessuale (cioè 6,4 milioni di persone). In Europa l’ultima indagine congiunta della FRA (l’Agenzia Europea per i Diritti Fondamentali), Eurostat ed EIGE (l’Istituto europeo per l'uguaglianza di genere) ci dice sostanzialmente la stessa cosa: il 30,7% delle donne nell’UE ha sperimentato violenza fisica e/o sessuale. Anche a livello globale il dato resta inchiodato lì: quasi una donna su tre, secondo l’OMS.
Anche questi numeri, per quanto enormi, sono solo la punta dell’iceberg. Oltre al fatto che si riferiscono “solo” all’ambito fisico e sessuale, escludendo le violenze psicologiche ed economiche, la sottodenuncia resta impressionante. Secondo la FRA, solo il 6,1% delle donne ha denunciato alla polizia abusi fisici o sessuali commessi da partner o ex partner, e appena l’11,3% quando l’autore è una persona al di fuori di questa cerchia. Sono percentuali che non dovrebbero stupirci: dovrebbero interrogarci. Perché ci dicono che il problema non è solo la violenza in sé, ma anche l’ecosistema che la circonda, la rende indicibile, la minimizza, la relativizza, la lascia senza parole e senza sponde.
Per questo credo che dobbiamo stare attente e attenti a un riflesso ormai automatico: concentrare i nostri appelli soltanto sulla necessità di denunciare. Denunciare è importante, certo. Vitale, in alcuni casi. Ma prima ancora dobbiamo chiederci se esistano davvero luoghi sicuri in cui una donna che vive violenza possa essere creduta, non giudicata, accompagnata con serietà, competenza e continuità. Troppo spesso la risposta è no. E finché questa risposta resterà no, continuare a invocare la denuncia come soluzione quasi autosufficiente rischia di essere non solo insufficiente, ma anche profondamente ingiusto.
La comunicazione non è neutra
Qui entra in gioco, in modo diretto, il tema della comunicazione. Perché la violenza di genere non si alimenta solo nei gesti estremi. Si nutre anche delle parole che scegliamo, dei frame che riproduciamo, delle gerarchie di credibilità che costruiamo, dei silenzi che manteniamo, delle soglie di tolleranza che normalizziamo. Si alimenta quando riduciamo tutto a fatto privato, a raptus, a episodio isolato, invece di nominare il contesto di disuguaglianza e potere da cui quei fatti prendono forma.
Lo vediamo anche nella cronaca più recente. Nel caso Leonardo Caffo, al di là del merito giudiziario, colpisce il fatto che un uomo già condannato abbia continuato a ricevere grande visibilità mediatica, con la possibilità di riaffermare pubblicamente la propria versione dei fatti, mentre sullo sfondo resta il costo altissimo di questa continua esposizione per chi la violenza l’ha vissuta e denunciata (e anche per chi ha assistito, cioè la figlia). Anche questo è un fatto culturale: riguarda il modo in cui lo spazio pubblico distribuisce voce, ascolto e autorevolezza.
Su scala internazionale, il caso Epstein è ancora più emblematico. Le prime segnalazioni risalgono agli anni Novanta e per anni sono state proprio le sopravvissute, insieme a un lavoro giornalistico tenace, a dover forzare il muro di omissioni, protezioni e inerzie istituzionali. Quando parliamo di violenza di genere, insomma, non parliamo mai solo di persone che agiscono la violenza e persone che la sperimentano: parliamo anche dei sistemi che permettono agli abusi di durare, di essere minimizzati, di essere coperti, e perfino di essere raccontati in modi che finiscono per rafforzarli.
La responsabilità non è solo individuale
Durante l’evento del 5 marzo, Monica Cerutti, segretaria generale di UN Women Italy, ha proposto una formula molto efficace: più che di emergenza, dovremmo parlare di “architettura del potere”. È un’espressione che restituisce bene il punto. La violenza non nasce nel vuoto ma poggia su squilibri, disuguaglianze, stereotipi, modelli di relazione fondati sul controllo e sul dominio. E si sostanzia anche in forme considerate meno gravi, più quotidiane e diffuse: linguaggio sessista, microaggressioni, umiliazioni, bias, pratiche di esclusione, disconoscimento sistematico dell’esperienza femminile.
Per questo è decisivo allargare il focus sempre di più sul terreno della responsabilità. Responsabilità delle persone, certo. Ma anche delle istituzioni, della politica, delle imprese, dei media, delle comunità in senso lato. La violenza di genere non si contrasta soltanto condannandola nei suoi esiti più eclatanti ma si contrasta disinnescando i meccanismi culturali che la rendono possibile, accettabile, ripetibile.
Da questo punto di vista, il paper che abbiamo curato non nasce per aggiungere una riflessione teorica in più a un dibattito già affollato. Nasce per provare a mettere a fuoco leve operative. Il documento raccoglie 23 casi studio e mette in evidenza alcuni strumenti ricorrenti: formazione, lavoro su linguaggio e bias, policy strutturate, canali di ascolto e segnalazione, misure di supporto, reti territoriali e collaborazione con i centri antiviolenza. Perché la cultura si cambia anche traducendola in organizzazione, processi, ruoli, responsabilità, continuità.
Una luce da tenere accesa
Accanto alla strada ancora lunga che abbiamo davanti, dall’evento è emerso anche qualcosa che vale la pena custodire: un’intenzione comune, concreta, non rituale, di agire contro la violenza di genere in tutte le sue forme, partendo proprio dalle disuguaglianze e dagli squilibri che la sostanziano. La mattinata ha messo attorno allo stesso tavolo istituzioni, imprese, associazioni, professioniste e professionisti diversi. Il confronto emerso dai tavoli di lavoro confluirà in una nuova versione del paper. Un segnale forse piccolo, ma importante: la consapevolezza può diventare metodo, e il metodo può diventare pratica condivisa