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AI Act: comunicatori centrali nella produzione e validazione dei contenuti

18/08/2026

Redazione

Con i nuovi obblighi di trasparenza emerge una questione centrale: cosa resta, oltre l'etichetta, al lavoro di chi legge il contesto?

 

Dal 2 agosto 2026 sono infatti operative le disposizioni dell’articolo 50 del Regolamento (UE) 2024/1689, l’AI Act, che alzano l’asticella sugli obblighi di trasparenza per chi produce contenuti e per chi sviluppa sistemi di intelligenza artificiale. I contenuti sintetici vanno marcati in un formato leggibile dalle macchine, i deepfake vanno etichettati, e i testi generati o manipolati con IA e pubblicati per informare il pubblico su questioni di interesse pubblico devono dichiarare la propria natura artificiale, a meno che non siano stati sottoposti a una revisione umana sostanziale e che una persona, fisica o giuridica, ne assuma la responsabilità editoriale con identità e contatti riconoscibili.

 

Le linee guida della Commissione precisano anche come va condotta quella revisione: da chi possiede una competenza professionale pertinente, con un flusso documentato, e l’esenzione decade se un intervento sostanziale dell’IA sopravviene dopo il via libera editoriale. È una cornice utile per affiancare il Lavoro di chi comunica.
Ma sulle competenze che portano davvero ad assumersi quella responsabilità, le linee guida dicono poco e il tema non si può ridurre a una certificazione.

 

Per FERPI, la Federazione Relazioni Pubbliche Italiana, il ruolo dei comunicatori resta centrale proprio nella produzione e nella validazione di quei contenuti, perché rispondono sempre a una strategia e restano sotto il controllo di chi lavora negli uffici di comunicazione e nelle agenzie di consulenza. Per il Presidente Filippo Nani, “dichiarare che un contenuto è stato prodotto con l’IA senza una revisione sostanziale significa rinunciare alla capacità di lettura del contesto e basarsi unicamente su ciò che è già stato detto. Se uno strumento accorcia le distanze tra un’organizzazione e i suoi pubblici; se la sostituisce con un’interfaccia, abbiamo scambiato l’efficienza per la relazione. L’automazione del rapporto umano è una contraddizione nei termini per la nostra professione.”

 

La lettura del contesto, per chi fa Relazioni Pubbliche, si esercita su più piani insieme. Per la Segretaria Generale Santina Giannone, “il contesto è la relazione tra i dati e le persone che li ricevono. Lo leggiamo su un piano istituzionale, che decodifica l’evoluzione delle regole europee e nazionali prima che diventino cronaca, su un piano socio-culturale, che riconosce il clima d’opinione e gli slittamenti del linguaggio, e su un piano relazionale, che conosce le culture interne di un’organizzazione, i sistemi informali di fiducia, la distanza reale tra ciò che si dichiara e ciò che si fa. È quest’ultimo il piano più difficile da dichiarare in una casella e il più facile da perdere quando si delega troppo. Un modello restituisce la media di ciò che è già stato detto. La relazione, invece, si costruisce ogni volta da capo, con chi abbiamo davanti.”

 

Su questi temi FERPI ha già una bussola, il Venice Pledge, i 7 principi per un’intelligenza artificiale responsabile nati dal percorso della Global Alliance, che la Federazione ha co-ospitato a Venezia nel maggio 2025 e che l’Assemblea generale ha adottato nel maggio 2026. Restano aperti molti nodi su cui la comunità professionale continua a interrogarsi e che saranno affrontati a partire dall’autunno dalla Commissione dedicata all’AI, coordinate da Stefano Chiarazzo, affiancato dal Consigliere Nazionale delegato Daniele Chieffi; tra questi: i bias, a partire dai nostri, il controllo dei dati che alimentano i sistemi, l’uso dell’IA come strumento che avvicina i pubblici invece di sostituirli con un’interfaccia, e l’omologazione che una delega eccessiva porta con sé, con il conseguente costo reputazionale.

 

FERPI apre il confronto a giornalisti, giuristi, tecnologi, imprese, università e istituzioni. Chi vuole portare la propria riflessione può scrivere a info@ferpi.it.

 

Dichiarare non è capire. E capire il contesto resta il nostro mestiere.


 

Foto di José Martín Ramírez Carrasco su Unsplash 

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