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Assicurazione e climate change. Il caso UnipolSai

27/07/2015

Luca Valpreda

Anche in Italia i cambiamenti climatici stanno provocando catastrofi naturali con conseguenze sociali ed economiche rilevanti. Il gruppo UnipolSai ha ideato un innovativo modello di prevenzione, che aiuta cittadini e imprese a valutare il rischio e prevenirlo. Luca Valpreda ne ha parlato con la responsabile sostenibilità di UGF (Unipol Gruppo Finanziario), Marisa Parmigiani.

Anche in Italia i cambiamenti climatici stanno provocando catastrofi naturali con conseguenze sociali ed economiche rilevanti. Il gruppo UnipolSai ha ideato un innovativo modello di prevenzione, che aiuta cittadini e imprese a valutare il rischio e prevenirlo. Ne abbiamo parlato con la responsabile sostenibilità di UGF (Unipol Gruppo Finanziario), Marisa Parmigiani.

 

Per entrare in argomento, il cambiamento climatico sembra non essere solo un enorme problema scientifico o energetico. A volte sembra diventare una materia da stadio, dove si contrappongono i “tifosi” delle opposte visioni, che si polarizzano nei “catastrofisti” e nei “negazionisti”. Come la vedi?
Guarda, per me non è così. L’area del negazionismo si è molto ridotta in questi ultimi due anni. La comunità scientifica è compatta, gli opinion leader – dico, quelli seri, non quelli che fanno avanspettacolo, soprattutto negli Stati Uniti – sono concordi: il riscaldamento globale è un fenomeno reale e potenzialmente distruttivo. D’altro canto, la sensibilità a livello di popolazione è ancora molto scarsa, questo sì.

Come è entrato il cambiamento climatico nell’agenda di Unipol?
Ogni tre anni mettiamo a punto il nostro piano di sostenibilità, che contempla dieci politiche, ognuna delle quali prevede poi specifiche azioni. Per il trienno 2013- 2015, uno di questi dieci macro-obiettivi è il climate change. Bisogna tenere conto che per la grande maggioranza delle imprese, l’impegno su questo tema implica lo sviluppo e la realizzazione di interventi per ridurre le emissioni di cui sono direttamente responsabili. Per noi, che siamo un’assicurazione, è ovviamente diverso. L’intervento sui nostri uffici è già in atto, ma con tutta evidenza, dato il nostro ramo di attività, non siamo degli inquinatori. Noi vogliamo incidere in modo diverso.

Come, allora?
La prendo un po’ larga. Il cambiamento climatico ha due aspetti. Da una parte, a causa dei mutamenti climatici è in atto un cambiamento nella vocazione del territorio. Penso all’agricoltura e per spiegarmi porto un esempio a me vicino: l’Emilia è tradizionalmente un produttore di pesche e albicocche, ma queste coltivazioni negli ultimi anni sono andate in gravissima crisi, a causa di grandinate di una violenza sconosciuta fino a pochi anni fa.
Il secondo aspetto riguarda il cambiamento del rischio. Ora ci sono le “bombe d’acqua” che prima non c’erano. L’alluvione era il risultato di piogge che duravano giorni, settimane. Ora in due ore possono cadere 300 millimetri d’acqua e anche più. Ci sono nuovi fenomeni, come le trombe d’aria, che fino a vent’anni fa guardavamo con interesse quasi esotico nei film catastrofisti americani. Adesso capitano sotto i nostri occhi, come in Veneto mercoledì (la tromba d’aria dell’8 luglio, N.d.R.).
Il cambiamento climatico comporta nuovi problemi. Non sono nuovi in assoluto, ma gli esempi che ho citato adesso sono nuovi per l’Italia. Dobbiamo attrezzarci. Dobbiamo analizzare, agire con buon senso, vedere le buone prassi in altri paesi e capire quali sono trasferibili sul nostro territorio.

Cosa avete fatto come prima cosa?
Ci siamo chiesti come questo tema potesse integrarsi nei nostri prodotti e nei nostri processi. E abbiamo preso coscienza che i profili di rischio sono cambiati. Prima il rischio era polarizzato: o si verificava la grande catastrofe che accade fortunatamente di rado, o ci si trovava di fronte al piccolo evento, l’allagamento da poco conto. Ora siamo in una terra di mezzo, dove succedono, diciamo, “piccole catastrofi” con una frequenza sempre maggiore. Dobbiamo pensare quindi che i profili di rischio sono cambiati e quindi abbiamo bisogno di sistemi di tutela nuovi. Nuovi, per esempio, perché vedono una compartecipazione al rischio sia del privato, sia del pubblico.

E qui dall’estero ci vengono in soccorso esempi interessanti…
Sì. In Francia lo Stato svolge il ruolo di riassicuratore, ovvero assicura le assicurazioni, e interviene in questa veste se la catastrofe supera un determinato livello di intensità. Al contrario, la Gran Bretagna, di tradizione più liberista, vede la presenza dello Stato quando i danni sono più lievi, ma sulle catastrofi di maggiore portata interviene un pool di assicurazioni private.

Nell’analisi del rischio c’entra anche il comportamento dell’assicurato?
C’entra eccome! Una assicurazione di questo tipo deve sempre tenere conto del comportamento dell’assicurato, per vedere se e come ha agito per ridurre i rischi.

Ma è davvero tutto assicurabile?
No. Non bisogna assicurare chi fa cattivo uso del territorio. Chi è stato sanato da un condono edilizio non è assicurabile per Unipol. Gli abusi edilizi vanno eliminati, non assicurati. Non è solo questione di rischiosità, e quindi di costo del premio che sarebbe in teoria esorbitante, ma è anche una questione etica.

Fammi capire meglio. Mettiamo che io non sia colpevole di alcun abuso, ma abbia invece un negozio al piano terreno in una zona ad altissimo rischio, per esempio viale Brigate Partigiane a Genova. E oggi voglio assicurarmi contro l’alluvione, perché ho una paura matta che questo autunno succeda di nuovo qualcosa. Che faccio?
Viale Brigate Partigiane, che prima della seconda guerra mondiale si chiamava Brigate Bisagno, era stato voluto da Mussolini perché a Genova, che è tutto un carruggio, non c’era un posto decente dove fare le parate. Per costruire questo viale è stato interrato il fiume Bisagno. Un errore madornale, perché la piena, quando arriva, da qualche parte deve pure poter sfogare. Se tu sei avessi un negozio lì, la possibilità che si allaghi è talmente elevata che un eventuale premio ti costerebbe una fortuna. Il consiglio sarebbe quello di attrezzarti al meglio per minimizzare i danni e di cercare una forma di investimento preventivo, in grado di fornirti un capitale per eventuali ripristini, più efficace di un premio assicurativo.

Ho capito. Ma quale cliente è in grado di farsi un’analisi di rischio da solo?
La grande azienda è ben attrezzata. La figura del risk manager è evoluta nel tempo sia come profilo professionale, sia come autorevolezza all’interno delle organizzazioni. Le grandi aziende, insomma, sanno cosa devono fare. Il problema, invece, riguarda le medie e le piccole aziende, così come i privati. Qui il risk manager non c’è, perché nessuno, da solo, se lo può permettere. Ma in questi contesti – questa è l’idea di Unipol – dobbiamo piuttosto trovare “soggetti aggreganti” che siano in grado di mettere assieme molte realtà di uno stesso territorio, di un stesso distretto, di una determinata filiera. Un’aggregazione di questo tipo, che deve avere al proprio interno anche l’interlocutore pubblico, riesce così a raggiungere le dimensioni giuste sia per condividere in maniera sostenibile il rischio, sia per potersi permettere un’analisi preventiva fatta come si deve.

Ci sono già esempi di queste aggregazioni?
Stiamo lavorando a un esperimento pilota. Abbiamo scelto Torino per condurre questa esperienza, perché questa città presenta una rischiosità media, un profilo quindi paragonabile a molti altri territori in Italia. Abbiamo siglato un primo accordo con il Comune e, assieme all’amministrazione, identificheremo l’area su cui agire, prediligendo una zona dove sia presente un forte tessuto di aziende di medie e piccole dimensioni. Su quest’area, quindi, effettueremo un’analisi del rischio e, in base ai risultati, prevederemo le azioni da mettere in campo, sia a livello pubblico, sia per ogni singola azienda.

Si tratta di azioni complesse?
Spesso si tratta di azioni semplicissime. Hai un magazzino? Se sollevi le merci da terra, riduci in maniera considerevoli i danni che derivano da un eventuale allagamento. Il tuo magazzino ha la porta che guarda il fiume? Spostala dall’altra parte e il tuo magazzino sarà più al sicuro. Dicendolo in maniera un po’ più ampia e nobile, dobbiamo lavorare per creare una consapevolezza diffusa. Sui rischi. Sul valore sociale della assicurazione. Sulla prevenzione…

Prevenzione: i comportamenti sono importanti?
Certo! Se uso il tombino come cassetto dell’immondizia della carta straccia, non posso poi indignarmi perché questo trabocca alla prima pioggia. Ma i comportamenti sono importanti non solo in fase di prevenzione. Lo sono altrettanto per affrontare l’evento. C’è l’alluvione e ti precipiti in auto a prendere i figli a scuola? Ma no, lasciali lì: gli insegnanti porteranno tutti ai piani superiori e andrà tutto bene. Portarli in auto a casa è mille volte più rischioso. C’è l’alluvione e corri a cercare la tua vettura per spostarla in un parcheggio più in alto? Sei un pazzo, molla l’auto al suo destino e pensa che la tua vita è molto più importante. Ci manca una cultura diffusa su come affrontare l’emergenza. All’estero non è così. Quando racconto ai miei colleghi inglesi che in Italia dobbiamo ancora insegnare questi comportamenti di base, ricevo in cambio uno sguardo di sincera compassione.

Il vostro progetto pilota a Torino cosa prevede ancora?
Parallelamente agli interventi sul territorio, andremo a studiare nuovi strumenti finanziari che possano sostenere queste azioni e garantire le protezioni. Non sono una novità in assoluto, perché già esistono in altri paesi. Si tratta dei cosiddetti “green bond” o più precisamente “climate bond”, strumenti finanziari complessi, che possono coinvolgere governi o istituzioni finanziarie transnazionali, come la BEI, di dimensioni tali da poter attrarre investitori istituzionali anche internazionali.

Perché fate questo esperimento?
Perché vogliamo creare un modello replicabile in altri territori. Perché vogliamo contribuire in maniera positiva al Sistema Paese.

Siete favorevoli alla obbligatorietà della polizza contro questo tipi di rischi?
Non crediamo che questa sia la soluzione per il nostro Paese. Anzi, siamo d’accordo con Legambiente quando dice che un’eventuale obbligatorietà dell’assicurazione contro questo tipo di rischi potrebbe addirittura indurre il legislatore a non intervenire per mettere in sicurezza il territorio. Dobbiamo responsabilizzare i cittadini, come abbiamo detto, ma dobbiamo continuare a premere per responsabilizzare legislatori e amministratori.
Anche in questo caso possiamo guardare con interesse all’estero. In Svizzera esiste una semi-obbligatorietà, ovvero devi assicurarti a questo tipo di rischi se sottoscrivi una qualunque polizza property. Ma in Svizzera, una parte del premio va ai Cantoni per azioni di messa in sicurezza del territorio. La spesa deve essere effettuata entro precisi termini e ogni attività è trasparente, perché viene comunicata e monitorata. In Italia abbiamo qualcosa di simile con il fondo di protezione delle vittime della strada. Questa può essere una direzione verso cui andare.

All’inizio della nostra chiacchierata, ci hai detto che il climate change deve intervenire anche nei vostri processi. Stai parlando anche di servizi aggiuntivi?
Anche di quello. Faccio un esempio. C’è il magazzino di un importante catena distributiva che è stato costruito sull’interramento di un corso d’acqua. L’impresa è intervenuta, ha messo in sicurezza e gestisce bene il tratto di fiume in prossimità della propria sede, ma la stessa cosa non viene fatta dai proprietari dei territori a monte, con il risultato che sono frequenti gli straripamenti che coinvolgono i magazzini. Ebbene, in questo caso abbiamo attivato un servizio di intervento immediato, che ha il compito di spazzare, pulire, togliere l’acqua nel modo più rapido possibile. La velocità dell’intervento è proporzionale all’entità del danno. Prima si interviene, più il danno è ridotto.

Quindi è compito di un’assicurazione come Unipol mettere assieme una bella squadra di ramazze pronte a intervenire in ogni momento?
Proprio così!

 




 

 

L’articolo è stato pubblicato anche su Amapola

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