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Autodifesa culturale: quando raccontare un luogo significa anche rispettarlo

10/09/2026

Daniela Ballarini

Da Wimbledon alla Mostra del Cinema di Venezia, due episodi apparentemente lontani riportano al centro la stessa domanda: fino a che punto il bisogno di fotografare, filmare e condividere può modificare l’esperienza degli altri? La comunicazione è indispensabile, ma non può diventare più importante di ciò che racconta.

 

Autodifesa culturale.

È un’espressione che mi piace molto e che in questi giorni sembra trovare una traduzione concreta in due episodi apparentemente lontani: uno sui campi da tennis di Wimbledon, l’altro nel buio della Sala Grande della Mostra del Cinema di Venezia.

 

Il primo nasce in realtà a New York.

Agli US Open 2026 sono stati accreditati circa cento influencer e content creator, quasi il doppio dei 54 dell’anno precedente. Una scelta precisa, ampliare il racconto del torneo, raggiungere pubblici differenti, intercettare linguaggi e comunità che non passano necessariamente attraverso i media tradizionali.

 

Niente di sorprendente. Lo sport, come il turismo, la cultura, la moda e l’ospitalità, ha ormai compreso il valore della comunicazione digitale e la capacità dei creator di raggiungere pubblici enormi.

 

Durante il torneo, però, rumori, riprese, fotografie, movimenti sugli spalti e l’utilizzo di luci hanno riaperto una discussione che va ben oltre il tennis. Durante il match tra Naomi Osaka e Anastasia Zakharova l’arbitro è arrivato a interrompere il gioco per richiamare un gruppo impegnato a registrare contenuti in maniera rumorosa.

 

Va detto, per correttezza, che la USTA ha successivamente precisato che le persone protagoniste di quell’episodio non facevano parte dei creator ufficialmente accreditati.

 

Questo è il dettaglio che rende la vicenda ancora più interessante, perché il problema non sono gli influencer, il problema comincia quando il racconto di un’esperienza pretende di diventare più importante dell’esperienza stessa.

 

Wimbledon sembra avere scelto da che parte stare. Per il 2027 l’All England Club non prevede di introdurre una categoria di accredito media dedicata specificamente a influencer e content creator. Nessuna cacciata, dunque, e nessuna porta chiusa: potranno assistere al torneo acquistando un biglietto, come qualsiasi altro spettatore, ed essere naturalmente presenti nell’ambito delle attività di partner e sponsor. Semplicemente, essere un creator non costituirà di per sé titolo per ottenere un accredito media.

 

Allo stesso tempo resteranno ferme le regole sugli strumenti che possono interferire con lo svolgimento delle partite, comprese quelle luci utilizzate per realizzare contenuti social che mal si conciliano con un giocatore impegnato a servire.

 

Qualche giorno dopo, Venezia.

Durante la proiezione ufficiale di Succederà questa notte, Nanni Moretti nota dalla galleria uno spettatore con il cellulare acceso.

All’inizio lascia correre.

Passano i marchi delle produzioni, cominciano i titoli di testa, parte la musica… Quella luce, nel buio della sala, è ancora lì.

Moretti si alza, scende dalla galleria verso la platea e va personalmente a chiedere allo spettatore di spegnere il telefono.

Un gesto molto morettiano, certamente, ma sarebbe riduttivo archiviarlo soltanto come tale.

 

Wimbledon e Nanni Moretti, in fondo, stanno dicendo la stessa cosa. Il campo da tennis ha bisogno del suo silenzio. Una sala cinematografica ha bisogno del suo buio.

 

Non per nostalgia e nemmeno per una forma di resistenza alla tecnologia, ma semplicemente perché esistono esperienze che hanno una propria grammatica e funzionano soltanto se, entrando, accettiamo per un tempo determinato di rispettarla.

 

Il punto riguarda tutti noi.

Abbiamo progressivamente trasformato il telefono da strumento a prolungamento permanente della nostra presenza. Fotografiamo, filmiamo, commentiamo e pubblichiamo mentre qualcosa sta ancora accadendo. La mediazione dello schermo entra sempre più spesso tra noi e ciò che stiamo vivendo.

 

Finché riguarda soltanto il nostro modo di fare esperienza, è una scelta personale, quando invece la necessità di documentare modifica l’esperienza di chi ci sta accanto, cambia tutto.

 

L’attenzione diventa un comportamento sociale.

Il cellulare illuminato in una sala buia non riguarda più soltanto chi lo tiene in mano e la ring light accesa durante uno scambio non riguarda soltanto chi deve realizzare un reel. Il movimento necessario a trovare l’inquadratura migliore non è più una questione individuale quando costringe gli altri a guardare noi invece di ciò per cui sono venuti.

 

Non tutto deve diventare contenuto. Non ogni luogo deve trasformarsi in un set. Non ogni esperienza ha bisogno della nostra testimonianza digitale per essere accaduta, il diritto di raccontare un luogo non comprende il diritto di alterarlo.

 

Non leggo quindi la posizione di Wimbledon come una battaglia contro i creator, così come non considero il gesto di Moretti una guerra contro gli smartphone.

 

Li considero due atti di autodifesa culturale, Wimbledon difende la grammatica del tennis, Moretti quella del cinema.

 

La questione è destinata a riguardare sempre più anche musei, teatri, ristoranti, concerti, eventi, territori e luoghi dell’ospitalità. Tutti spazi nei quali la comunicazione è diventata indispensabile e nei quali creator, giornalisti, professionisti delle relazioni pubbliche e pubblico contribuiscono alla costruzione della visibilità e, spesso, del valore.

 

Ma proprio per questo occorre tornare a distinguere, visibilità e reputazione non sono sinonimi.

 

La prima può essere prodotta in pochi secondi, moltiplicata da un algoritmo, misurata attraverso visualizzazioni e condivisioni. La seconda richiede coerenza, riconoscibilità, comportamenti e soprattutto la capacità di stabilire quali siano i codici che definiscono un luogo.

 

La comunicazione deve entrare nei luoghi senza divorarli.

 


Foto di Ray Giubilo - Centre Court – Wimbledon 2006

 

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