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Banca d'Italia alla riscossa: Mario Draghi la sa lunga sulle relazioni pubbliche

03/01/2006

Un commento di Toni Muzi Falconi

Forse non tutti lo sanno o lo ricordano, ma fu proprio Mario Draghi il nuovo Governatore della Banca d'Italia a risollevare il mercato delle relazioni pubbliche a cavallo della metà degli anni 90, dopo la rovinosa caduta provocata dalle ignominie di Tangentopoli.
Era l'estate del 1992 e, aderendo ad un invito della Dewe Rogerson, allora leader della comunicazione finanziaria sul mercato britannico, l'appena nominato Direttore Generale del Tesoro concesse il suo favore, partecipandovi attivamente, ad una riservatissima crociera mediterranea sullo yacht reale Britannia (affittato per l'occasione proprio dalla Dewe Rogerson).
Una crociera di pochi giorni cui parteciparono alti esponenti della finanza e della politica dei due Paesi per discutere le modalità di avvio in Italia del processo di privatizzazione di banche e imprese poi attuato negli anni immediatamente successivi. Un processo che, qualunque cosa ne dicano oggi i nostri neo (e teo) conservatori statalisti e pentiti vari, consentì al nostro Paese di restare in Europa.
Fu proprio durante quella crociera che Draghi (in rappresentanza del Tesoro, maggiore azionista delle società privatizzande) maturò la decisione di adottare in Italia quel modello britannico che, a differenza di quello americano, vede sempre un advisor di relazioni pubbliche come unico coordinatore di tutta la comunicazione (pubblicità compresa) nella fase di privatizzazione.
Fu proprio quella decisione ad assicurare generose commesse e ampio respiro a parecchie agenzie di relazioni pubbliche (la stessa Dewe Rogerson naturalmente, che aveva opportunamente aperto una filiale italiana; ma anche Mass Media, poi entrata in Weber Shandwick; la stessa Weber Shandwick; Barabino; Rowland, oggi Publicis Consultants, e altre ancora).
Insomma, di relazioni pubbliche (intese nel senso più autentico di relazioni con i pubblici influenti') Mario Draghi se ne intende e parecchio; né credo di svelare alcun segreto nel dire che la scelta finale è caduta su di lui anche per questa particolare competenza: visto che soprattutto di una buona, consapevole e programmata politica di relazioni con i pubblici influenti nazionali e internazionali la Banca d'Italia ha disperatamente e urgentemente bisogno.
Rispetto ai suoi (si fa per dire) concorrenti, Draghi è sicuramente quello che, da questo punto di vista, ci capisce di più.
Qualcuno ricorderà che Draghi decise di abbandonare il Tesoro emigrando a Harvard, dopo il fallimento di un progetto cui teneva moltissimo: il rilancio della programmazione e la rinascita del Mezzogiorno - una sorta di ritorno al futuro' che riprendeva parecchie suggestioni e ispirazioni dalla programmazione contrattata' del 1963(primo governo di centro sinistra) quando Antonio Giolitti era Ministro del Bilancio e Giorgio Ruffolo Segretario Generale della Programmazione, un progetto che attribuiva alla comunicazione un fondamentale ruolo strategico.
Il progetto Draghi, fortemente voluto anche da Ciampi, non poté avere seguito a causa della continua conflittualità indotta dagli inestricabili intrecci fra criminalità organizzata, finanza e politica nella Capitale e sul territorio: a ulteriore dimostrazione che le relazioni pubbliche sono efficaci quanto più cruda e realistica è l'analisi dello scenario e delle variabili esterne e quanto più l'analista/interprete delle aspettative dei pubblici influenti è parte integrante della coalizione dominante.
Dopo un intermezzo di docenza a Harvard, Draghi è tornato in circolazione come leader europeo della banca di affari Goldman Sachs e, in quella veste, ha stupito la comunità finanziaria - adusa alla pervasività quotidiana del celebrity marketing intorno ai suoi protagonisti - per la sua sobria visibilità personale, anche qui a testimonianza che i leader che vanno meglio sono quelli di cui si parla meno.
Interessante infine, per gli analisti più raffinati, il suo ostinato rifiuto di aprire bocca, in questi giorni di campagna elettorale', a differenza di altri (ex Commissari europei) che si sono premurati, con lettere ufficiali e negoziate, di prenotare a futura memoria altre possibili candidature.
Per concludere, possiamo immaginare che il Governatore della Banca d'Italia non ci farà rimpiangere il suo predecessore e sperare che il suo esempio inneschi una spirale virtuosa di serietà, responsabilità, sobrietà, dialogo e senso dello Stato. (tmf)

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