Daniela Vellutino*
Quando il monitoraggio si ferma, diventa difficile comprendere l’evoluzione delle professioni della comunicazione pubblica. Un accesso civico riporta al centro il tema dei dati, delle competenze e del futuro della Legge 150/2000.
Se stiamo ancora a discutere dell’applicazione della legge 150/00, la norma che disciplina le attività d’informazione e comunicazioni nelle amministrazioni pubbliche, è perché da tempo sia in tanti e tante che ne chiediamo la riforma. Non tanto per motivi legati alle sue finalità, concepite in un’era preistorica se riferita alle tecnologie, ma perché – forse – è troppo spesso inapplicata.
“Forse” perché i dati sull’occupazione nei settori che riguardano la comunicazione e l’informazione nelle PA possono essere conosciuti in modo indiretto attraverso i dati dell’INPS e dell’INPGI, le due casse previdenziali.
Forse perché lo strumento che la legge 150/00 aveva previsto, vale a dire il monitoraggio sistematico delle attività di informazione e comunicazione nelle Pubbliche Amministrazioni, è da tempo irrealizzato. L’ultimo risale al 2003, indagine promossa dal Dipartimento della Funzione Pubblica della Presidenza del Consiglio dei ministri e dalla Scuola Superiore della Pubblica Amministrazione (SSPA), realizzata dall’Associazione Comunicazione pubblica e istituzionale con il supporto dell’Università di Torino affiancata dalla società Pragmatica.
Il monitoraggio oggi è sempre più necessario per valutare lo stato di salute delle strutture URP e Uffici stampa per sapere quanti comunicatori e giornalisti sono impiegati a tempo indeterminato e con quali mansioni e quanti sono a tempo definito per quali mansioni.
Questi dati servono a chi deve decidere quanto investire e come governare i complessi processi alla base delle tante e differenti attività che etichettiamo nel loro complesso sotto le voci “comunicazione” e “informazione”. Questi dati servono ai numerosi corsi di laurea di Scienze della Comunicazione, triennali e magistrali, per formare nuovi profili utili per fare delle attività di informazione e comunicazione delle PA un vero e concreto presidio strategico della comunicazione pubblica e istituzionale per migliorare la qualità della nostra democrazia.
Nell’infosfera, sempre più caratterizzata dall’iperproduzione informativa e da dinamiche algoritmiche opache, la tracciabilità delle attività e dei flussi comunicativi è essenziale. Tanto più che oggi l’intelligenza artificiale amplifica tanto le capacità di analisi, di scrittura e produzione di contenuti quanto i rischi di manipolazione e disintermediazione.
In tale scenario, la disinformazione si configura come fenomeno strutturale, capace di erodere fiducia istituzionale e coesione sociale. Giornalisti e comunicatori, insieme, possono continuare a fare la differenza, collaborando.
Nei corsi di laurea in Scienze della Comunicazione, da differenti prospettive di ricerca e di didattica, formiamo nuove professionalità ibride – data analyst della comunicazione, esperti di fact-checking, AI communication specialist – che integrano conoscenze e competenze di linguistica, tecnologia e sociologia fino a quelle di semiotica, estetica, storia, economia e marketing e management delle organizzazioni.
Però per migliorare le nostre offerte formative per sviluppare competenze avanzate di produzione di contenuti mediali, giornalistici e comunicativi, ascolto dei cittadini, verifica e valutazione delle performance comunicative e giornalistiche dobbiamo avere coscienza dello stato di salute occupazionale. Dobbiamo conoscere gli attuali ruoli ricoperti per queste attività nelle PA che sono obbligate a comunicare proprio per la legge 150/00 e non solo. Ricordiamoci che tutti i regolamenti Ue prevedono necessarie le attività d’informazione, comunicazione e pubblicità degli interventi realizzati con l’uso dei co-finanziamenti PNRR o fondi strutturali e di coesione.
Possiamo esercitare il diritto di accesso civico generalizzato (FOIA - Freedom of Information Act), il diritto di chiunque di richiedere e ottenere dati e documenti detenuti dalle pubbliche amministrazioni, ulteriori rispetto a quelli soggetti a pubblicazione obbligatoria per la trasparenza amministrativa. È entrato in vigore proprio 10 anni fa con il decreto legislativo 25 maggio 2016, n. 97.
E così il 10 giugno 2026, prima dell’incontro “PROFILI E COMPETENZE NEL FUTURO DELLA COMUNICAZIONE PUBBLICA” al FORUMPA, ho esercitato il mio sacrosanto diritto di accesso civico per chiedere al Dipartimento della Funzione Pubblica della Presidenza del Consiglio dei ministri i dati sul numero di bandi di concorso o selezione pubblica indetti dalle PA italiane per i profili professionali di:
Addetto/Responsabile URP (Ufficio Relazioni con il Pubblico)
Social Media Manager / Specialista comunicazione digitale
Digital Manager / Responsabile transizione digitale (con esclusione del RTD ove opportuno)
Addetto/Responsabile Ufficio Stampa
Nel periodo di riferimento preferibilmente: 2016–2026. Ho precisato che la richiesta comprende le informazioni che specificano i requisiti e i titoli di studio richiesti nei bandi di concorso o selezione pubblica. Ho richiesto di ricevere i dati disaggregati per anno, per tipologia di PA (ministeri, enti locali, sanità, università, ecc.) e per area geografica.
La richiesta riguarda dati e/o documenti già nella disponibilità dell'Amministrazione, inclusi eventuali report, prospetti o estrazioni dal portale InPA o da banche dati equivalenti e che, ai sensi dell'art. 5-bis del d.lgs. 97/2016, la richiesta non riguarda dati personali di terzi né informazioni coperte da eccezioni assolute o relative.
E ora, attendo la risposta entro i 30 giorni previsti dalla normativa.
È tempo di attivare insieme, università e associazioni rappresentative di queste professioni, un monitoraggio strutturato dello stato dell’arte delle attività d’informazione e comunicazione e delle relative professioni.
Solo il costante monitoraggio dell’applicazione della Legge 150/00 (e ora anche della legge 69/2025 che istituisce la figura professionale del Social Media e Digital Manager nelle PA) consentirà di conoscere lo stato di salute occupazionale della comunicazione pubblica e istituzionale in Italia.
*Professoressa associata di “Comunicazione pubblica e Linguaggi istituzionali”, Università degli Studi di Salerno