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Come comunicano online le società italiane quotate in Borsa?

01/11/2004

Da una ricerca svedese Fabio Ventoruzzo segnala alcuni interessanti spunti di riflessione. A seguire il pezzo sul tema apparso su Corriere Economia di lunedì 26 ottobre a firma di Massimo Sideri.

E' finita l'epoca del sito vetrina? Sono serviti i vari scandali Enron, WorldCom, Cirio e Parmalat per far comprendere l'importanza di una corretta comunicazione con gli investitori, anche online?La risposta è ni. O almeno così parrebbe, a ben guardare i dati di Webranking 2004 Italia 80, una ricerca redatta dalla svedese Hallvarsson & Hallvarsson (in collaborazione col CorSera e Financial Times) che ha analizzato i siti delle prime 80 società italiane per capitalizzazione di mercato e ne ha valutato, da un lato, le capacità di fornire informazioni ai piccoli risparmiatori nostrani e, dall'altro, la capacità di comunicare con tutti i professionisti finanziari (investitori potenziali esteri e giornalisti).Basandosi su 111 criteri - tecnologici e contenutistici - (trasformati poi in un punteggio da zero a 100, fatto 50 la soglia minima per uno standard accettabile di comunicazione) risulta che solo 18 società sulle 80 passate al setaccio sono riuscite a mantenersi sopra il livello di soglia.L'Oscar del web lo ottiene Ras (81 punti) seguito da Eni (71) e Merloni (62). Mettendo a confronto il punteggio medio assegnato alle 11 società italiane che ci rappresenteranno all'interno di Europe Top 150 (omologa ricerca in versione continentale) risulta che con 57,3 punti ci avviciniamo alla media inglese (57,7). Un segnale - debole - ma tant'è che pur sempre qualcosa di confortante c'è stato.Ma, anche nella galileiana convinzione che ‘eppur si muove', si deve comunque affermare come la ricerca riveli una cultura della trasparenza e della comunicazione finanziaria che in Italia fatica ancora ad affermarsi. Tanto per puntualizzare: mancano spesso la traduzione di importanti documenti contabili in inglese per permettere una corretta informazione anche ai visitatori esteri.Ma non si tratta solo di aspetti meramente linguistici. Permangono, infatti, anche situazioni di carenza di informazioni, soprattutto quelle oggettivamente meno positive per l'azienda (chi ha mai sentito il detto: "Far sapere è spesso più importante di far ignorare"?).Una evidenza emerge in tutta la sua rilevanza e impone alla nostra comunità professionale una attenta riflessione. Comunicare efficacemente -soprattutto online- non è sempre questione di budget ma di sensibilità comunicante della coalizione dominante. Come dire, i relatori pubblici devono diffondere internamente alle organizzazioni la cultura della comunicazione, magari sforzandosi di integrare gli interventi comunicativi reali con quelli virtuali.Fabio VentoruzzoIl sito? Non è un obbligodi Massimo Sideri (da CorrierEconomia - 26 ottobre 2004)Anche a Wall Street i pilastri della trasparenza hanno tremato negli ultimi anni sotto il peso degli scandali Enron, Adelphi, e WorldCom. E tra le reazioni più o meno immediate, accanto all'inasprimento delle pene carcerarie per i top manager e alla rivisitazione della corporate governance con la Sarbanes-Oxley, c'è stato anche un continuo sforzo per migliorare la comunicazione online delle società quotate nelle Borse statunitensi.La Sec, l'Authority che vigila su Wall Street, ha optato per un potente motore di ricerca, una sorta di "Google" finanziario che permette di cercare tutti i dati delle società quotate e regole e leggi della stessa Sec.Poiché Edgar è in realtà una società privata, una commissione della Sec valuta in continuazione l'uso di questo strumento che per ora è risultato "facile ed intuitivo".E in Italia? Le società quotate, con l'eccezione di quelle che fanno parte del segmento Star, non sono obbligate da Borsa italiana ad avere un sito anche se la comunicazione tramite Internet fa parte, capitolo sette, delle raccomandazioni contenute nella "Guida per l'informazione al mercato", condivisa con Assonime e Consob."Fermo il rispetto degli obblighi di diffusione delle informazioni rilevanti, gli emittenti predispongono un sito Internet al fine di rendere disponibile al pubblico informazioni utili per compiere consapevoli scelte d'investimento".Segue la lista delle informazioni finanziarie (statuto, bilancio, semestrale ecc.) da pubblicare "preferibilmente anche in lingua inglese".Pur senza obblighi, il risultato della realizzazione di un sito è sostanzialmente raggiunto. Secondo Borsa Italiana, guidata da Massimo Capuano, su 270 società quotate solo una decina non hanno una finestra sul web. E si tratta di realtà piccole. Anche se basta guardare i risultati della ricerca Hallvarsson & Hallvarsson, per comprendere che tra realizzare un sito e riempirlo di buoni contenuti c'è ancora uno spazio troppo ampio.Molti siti sono poco fruibili, mancano le informazioni finanziarie di base, anche quelle non positive per l'azienda, evidentemente. E poi c'è poca attenzione agli aggiornamenti in tempo reale (inutile avere un indirizzo web se non viene immediatamente messa in rete ogni nuova informazione) e alla trasparenza (un numero di telefono nascosto è un nonsense: in sostanza significa che non volete essere disturbati).Insomma, manca ancora una cultura del web, tranne le eccezioni delle società che hanno compreso, forse grazie agli scandali societari come Cirio e Parmalat, l'importanza della propria home page come biglietto da visita che raggiunga anche gli investitori stranieri.Va ricordato che il sito della Borsa consente, per ogni società, di accedere alle informazioni rilevanti come bilanci, dividendi, e documenti sulla governance. Inoltre, nella "Guida per l'informazione al mercato", sono ricordate le raccomandazioni della Consob che, oltre a rimarcare la necessità di un'organizzazione coerente, semplice e precisa sottolinea come ci sia una differenza di sostanza tra un sito costruito per "perseguire finalità meramente promozionali" e una home page predisposta per comunicare con i propri azionisti.

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