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Comunicatori o relatori pubblici? Le repliche

01/02/2005

La scorsa settimana abbiamo pubblicato una riflessione di Toni Muzi Falconi sulla natura della professione di comunicatore. Ecco le 'risposte' di Glenda Aceto, Maria Paola La Caria e Emanuele Invernizzi.

La replica di Glenda Aceto:Buongiorno.Sono una laureanda in Economia Aziendale presso l'Università Roma Tre.  Sto elaborando la tesi dilaurea in Marketing, che tratta, nello specifico, il ricorso all'ufficio stampa nel campo del marketing. La mia ricerca ha l'obiettivo di indagare se e come, nella realtà delle aziende italiane, l'ufficio stampa, strumento delle relazioni pubbliche, venga utilizzato a supporto della specifica comunicazione di marketing.A tale scopo ho avviato un'indagine conoscitiva, ho contattato circa 250 aziende e al momento ho ricevuto 50 risposte.Ho posto le mie domande sulla valenza strategica e/o operativa che all'ufficio stampa viene data a chi in azienda si occupa di marketing o di comunicazione. Anche se lo studio non è ancora completo, mi sono fatta un'idea e leggendo l'articolo pubblicato sul sito ho avuto l'istinto di dire la mia, anche se ovviamente non sono una professionista del settore. All'interno di ogni funzione di un'organizzazione c'è, prima di tutto, una definizione a livello strategico degli obiettivi da raggiungere e successivamente una attuazione a livello operativo. E questo iter è fondamentale anche nell'ambito della comunicazione.In base a quello che ho letto dai libri credo che le relazioni pubbliche siano assolutamente strategiche per qualsiasi organizzazione. Ovviamente è necessario che le strategie, definite attraverso l'ascolto e l'instaurazione di un rapporto con i pubblici influenti, vengano attuate operativamente utilizzando i vari strumenti della comunicazione.Questa mia convinzione scaturisce anche dalle risposte che ho ricevuto da chi quotidianamente si pone la domanda "comunicatore o relatore pubblico?". Infatti in molti mi hanno risposto che, per vari motivi, la comunicazione ha assunto un ruolo sempre più strategico, al punto tale da subire unriposizionamento anche nell'organigramma aziendale.Secondo la mia modesta opinione un relatore pubblico è, prima di tutto, uno stratega e in secondo luogo un comunicatore. Infatti ha sia le competenze professionali per cogliere gli aspetti cherappresentino il valore aggiunto dell'organizzazione per cui lavora, sia quelle per comunicarlo, mixando i diversi strumenti di comunicazione di cui può avvalersi. Alla base di una buona comunicazione a livello operativo, in un'ottica di win-win perl'organizzazione e tutti coloro che sono in relazione con essa, deve esserci una adeguata conoscenza delle esigenze dei pubblici con cui l'organizzazione entra in contatto e una definizione strategica degli obiettivi da perseguire.Distinti saluti.Glenda AcetoLa replica di Maria Paola La Caria:Caro Toni, faccio parte del "partito" dei relatori pubblici. L'obiettivo del nostro lavoro è costruire e gestire la "relazione" con i pubblici influenti e sicuramente, per raggiungere questo obiettivo molto spesso dobbiamo utilizzare strumenti operativi della comunicazione. E' anche vero che, nella maggior parte del nostro Paese e il Triveneto ne è un esempio lampante, si fa molta fatica a far capire che il nostro mestiere va ben oltre l'organizzazione di un'inaugurazione o di una conferenza stampa. Sono comunque  profondamente convinta che sia necessario muoverci in questo senso, facendo cultura proprio attraverso le Università, i momenti pubblici di riflessione e approfondimento e anche attraverso  i nostri comportamenti quotidiani di professionisti. Non voglio disprezzare ovviamente gli eventi e l'ufficio stampa (strumenti che io utilizzo quotidianamente) ma solo cercare di spiegare che queste azioni, se realizzate da un "relatore pubblico",  sono inserite in un progetto più ampio che ha come obiettivo non la comunicazione di qualcosa, ma la relazione con qualcuno.Mariapaola La CariaLa replica di Emanuele Invernizzi:
Leggo la riflessione di Toni sul tema "Comunicatori o relatori pubblici?" e colgo, o credo di cogliere, il senso del suo quesito. Il contenuto della nostra professione è troppo importante per definirci tout court comunicatori: meglio definirci relatori pubblici al fine di evidenziare l'importanza e la complessità della nostra professione. Personalmente sono sensibile alle definizioni: sottendono concetti e contenuti, quindi non vanno sottovalutate. E' importante definire le cose col nome giusto: è il modo con il quale diamo loro il giusto senso e la rilevanza che meritano.
Fatte queste premesse esprimo il mio parere. Io non distinguerei tra comunicazione e relazioni pubbliche. I motivi sono due. Il primo. Nella letteratura internazionale esistono due termini, quelli di public relations e di corporate communication, che trattano degli stessi contenuti professionali ma vogliono distinguersi. Anzi si ignorano. Esistono diverse riviste e diversi gruppi di studiosi, sociologi che si occupano di relazioni pubbliche ed economisti aziendali che si occupano di corporate communication, che in realtà trattano della stessa disciplina e degli stessi contenuti professionali ma li chiamano in modo diverso.
Il secondo. Al di fuori di uno stretto gruppo di addetti ai lavori appassionati dell'argomento, quanti professionisti si pongono questo problema? Davvero, secondo la maggior parte dei professionisti, i due termini evocano qualcosa di diverso? Io non lo credo e a supporto di questa mia convinzione porto i risultati della ricerca conclusa pochi mesi fa su un campione rappresentativo delle grandi imprese italiane dalla quale risulta che la direzione che si occupa di relazioni pubbliche, viene definita nella quasi totalità dei casi Direzione comunicazione. Questo significa che fanno attività tecniche banali? Nient'affatto, semplicemente si definiscono comunicazione.
Per questi motivi propongo di usare indifferentemente il termine di rp o quello di comunicazione per definire quell'attività professionale che comunque, al di la del nome con cui la definiamo, sta diventando sempre più importante e basata sul governo delle relazioni, come giustamente sostiene Toni. Ma non per questo vale la pena di dividerci su una scelta terminologica. Meglio unirci usando indifferentemente, e come sinonimi, i due termini di comunicazione e di relazioni pubbliche.Emanuele Invernizzi

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