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Consob, comunicazione e media... parte seconda

25/08/2009

A giugno il Consiglio dei Ministri aveva respinto le dimissioni del presidente di Consob, seguite alla decisione della commissione di abolire l’obbligo di pubblicare gli avvisi societari sui quotidiani nazionali. Prontamente il governo ha imposto, con un decreto legislativo apposito, la «pubblicazione tramite mezzi di informazione su carta stampata» a tutta l'informativa obbligatoria. Una storia italiana fra trasparenza, Borsa e accesso alle notizie.

di Alessandro Penati


È la solita storia di intrecci tra interessi economici, politica, istituzioni, e media. Molti aspetti sono noti; e le cifre in gioco sembrano risibili. Ma è assolutamente “italiana”, come la festa di Ferragosto: quindi oggi è il giorno giusto per raccontarla. Per legge, tutte le informazioni rilevanti sulla vita delle società quotate dovevano essere pubblicate, in nome della trasparenza, su uno o più giornali a diffusione nazionale. Così, avvisi di convocazione di assemblea, annunci del deposito di bilanci o di relazione annuali dei fondi comuni sono diventati una fonte di introiti pubblicitari, richiesta per legge.


Un’informativa sostanzialmente inutile: non si partecipa a un’assemblea perché informati della convocazione leggendo il giornale la mattina; né si sottoscrive un aumento di capitale perché, muniti di lente di ingrandimento, si è spulciato il prospetto pubblicato su un quotidiano. Infatti, una direttiva comunitaria del 2004 ha richiesto che la diffusione delle informazioni e l’accesso a tutti i documenti societari avvenga in formato elettronico attraverso sistemi informatici, gestiti da enti autorizzati, per assicurare un vero accesso rapido e non discriminatorio alle informazioni.
La direttiva permette inoltre di integrare la diffusione dei documenti societari con quella delle informazioni price sensitive che, dovendo raggiungere il mercato in tempo reale, già utilizzano un sistema informatico apposito (in Italia, il Nis della Borsa).


Dopo anni di consultazioni e riflessioni, finalmente l’Italia, ultimo fra i Paesi industrializzati, si è adeguata. Dura la reazione degli editori del Sole-24Ore e di Milano Finanza (MF), principali beneficiari della pubblicità obbligatoria: con l’appoggio della Federazione Editori (Fieg) hanno fatto ricorso al Tar contro la decisione Consob, sostenendo che Internet non ha adeguata diffusione in Italia (42% della popolazione), dimenticandosi che appena il 9% degli italiani legge abitualmente un quotidiano (dati Fieg); e che il provvedimento concederebbe alla Borsa una rendita di posizione, dimenticandosi che informativa e sistema informatico sono già a disposizione della Borsa in quanto essenziali al funzionamento del mercato. Richiesta di sospensiva rigettata.


Ma alcuni interessi pesano più di altri. Così, il presidente della Consob, sensibile al grido di dolore dei gruppi editoriali (incidentalmente vigilati da Consob in quanto quotati) essendosi trovato in minoranza nella commissione che aveva preso la delibera, si è dimesso per protesta. Gesto dimostrativo: il governo ha subito respinto le dimissioni. Efficace però per far intervenire la politica. Prontamente viene varato un decreto legislativo apposito che, con uno eccesso di zelo sconsiderato, impone la «pubblicazione tramite mezzi di informazione su carta stampata» a tutta l’informativa obbligatoria.


Preso alla lettera, rischiamo di avere i quotidiani coperti da bilanci e prospetti; e di leggere sul giornale del giorno dopo una informazione price sensitive che il giorno prima ha mandato un titolo sulle montagne russe. Decisione incoerente per un governo che vuole mettere in rete la Pubblica Amministrazione e richiede la dichiarazioni dei redditi on line.


Tutto questo per 50 milioni annui, secondo gli editori, di pubblicità legale. Pochi; ma, stimo, abbastanza per spazzare circa 70% del margine operativo delle divisioni quotidiani di Sole e MF. Dunque, la stampa economica italiana, per propria ammissione, prospera grazie a un sussidio pubblico di fatto; e, pur di incassarlo, accetta di diventare la Gazzetta Ufficiale delle società, anche a costo di sminuire la propria vocazione di selezionare e analizzare le informazioni finanziarie.


E gli interessati? Le società, riunite in Assonime, avevano caldeggiato la decisione Consob, ma si sono chiuse in un imbarazzato silenzio dopo la reazione degli editori. Cos’altro aspettarsi da imprese spasmodicamente interessate ad avere buona stampa? E gli intrecci di poltrone non aiutano: il presidente di Assonime siede anche nel consiglio di amministrazione del Gruppo Sole-240re. Quanto agli investitori istituzionali, tutelare gli interessi di banche e assicurazioni che li controllano è la loro prima regola. A stare zitti, non si sbaglia.


tratto dal quotidiano La Repubblica del 15 agosto 2009

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