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Disegnare il cambiamento

26/11/2010

_Trentannidisegno_ è il titolo della mostra con cui _Antonio Romano,_ designer e presidente di Inarea Identitity and Design Network, celebra la sua storia professionale illustrando progetti realizzati in tutto il mondo, che saranno visibili al pubblico a Roma dal 24 novembre presso l’Ara Pacis. Nel proporre una guida al percorso espositivo, Ferpi anticipa i temi che saranno affrontati nell’intervista di approfondimento realizzata per il nostro magazine da _Laura Falcinelli._

di Laura Falcinelli
“Trent’anni di segni e altrettanti di sogni. I sogni servono a immaginare il futuro, i segni a rappresentarlo. L’immaginazione è il motore che rende visibili le mete, tanto che non si conosce ancora niente di più efficace per poterle raggiungere. Ogni meta, del resto, porta con sé un cambiamento, e i segni danno rappresentazione al cambiamento”.
Questo l’incipit che, come un manifesto, lancia Trentannidisegno , la mostra dedicata alla storia di Inarea, l’agenzia fondata e presieduta da Antonio Romano specializzata in strategic design, che si svolgerà a Roma all’Ara Pacis dal 24 novembre al 12 dicembre 2010.
Un storia di successo di comunicazione tutta made in Italy, iniziata nel 1980, esportata poi all’estero con la creazione di un network internazionale basato oggi su una rete indipendente di designer, architetti, strategist e consultant con proprie sedi a Roma, Milano e New York. E capace di incidere nell’immaginario collettivo, attraverso l’ideazione di segni e linguaggi per grandi organizzazioni pubbliche e private. Basti citare, per esempio, la farfalla della Rai, i marchi per Enel, Tim, Trenitalia, Capitalia fino al restyling di Eni di cui è sempre più diffuso il fenomeno di appropriazione – a mo’ di graffito – del cane a sei zampe da parte delle comunità locali in ogni angolo del pianeta. Oppure le identità territoriali per Hessen (il Governo dell’Alsazia), per le Terre di Siena o quelle per le città di Roma e Milano.
Una storia che è riuscita a superare alcune delle criticità più difficili del recente passato di questo Paese (tangentopoli, la crisi economica dei primi anni Novanta) con una pesante ricaduta anche nel settore della comunicazione, sia economica che d’immagine.
Una sfida resa possibile grazie anche a quella capacità visionaria, immaginativa che permette di guardare al futuro e diventare cambiamento.
A queste tematiche Ferpi dedicherà un approfondimento nel prossimo numero del magazine con un’intervista al protagonista di questa storia: Antonio Romano.
Ma ora addentriamoci nella mostra chiedendo a Romano di raccontarci il percorso narrativo che ha messo a punto per condurre il visitatore, esperto e non, in questo villaggio di segni e simboli per imprese e istituzioni, città e territori, prodotti e servizi, reti commerciali e spazi pubblici in generale.
«Procederemo per aree tematiche, anziché secondo uno stretto ordine cronologico, con lavori che risalgono addirittura ai primi anni ottanta, quando la committenza era pressoché insistente. Ma abbiamo recuperato anche quelli.
Una sezione importante è dedicata ai marchi, oltre duecento. Nell’ambito dei marchi abbiamo inserito l’attività di naming per proseguire con i caratteri tipografici che abbiamo disegnato, un’indicazione di grande virtù perché non so quanti siano quelli che lo fanno. Quindi si passa ad un’area chiamata habitat, perché l’architetto che è in me non può venir meno alla sua natura, e quindi si va dalla pensilina dell’Eni alla torretta dell’Enel fino ai negozi di Equitalia. Via via si passa al mondo dei prodotti con le realizzazioni più significative per arrivare, attraverso un elemento che fa da trait d’union, ai linguaggi dove mettiamo in evidenza la grammatica con cui abbiamo voluto da sempre esprimerci che si trovano sui calendari o in altre situazioni anche di corporate identity communication (compreso il logo della mostra, ndr). Questa parte prende la parere lunga dell’Ara Pacis con circa 150 pannelli intervallati da make-up (schizzi a mano) per far vedere che niente è finto, ma tutto è artefatto manuale, originale.
Da qui si passa alla parte sociale, ormai poco frequente nella nostra attività, sebbene la comunicazione si interessi sempre più alla charity, con esempi divenuti celebri come il poster per Falcone dopo l’attentato di Capaci o il manifesto della Pace a Sarajevo.
Infine, gli interventi realizzati per grandi eventi. L’ultima sezione, che chiude la mostra, è interamente dedicata a “Roma Capitale” perché li integra tutti. La città è sempre il punto di arrivo del nostro modo di pensare. Ma anche un omaggio dovuto a Roma, che ci ospita all’Ara Pacis, sia ai fini di un progetto che sfugge alla maggior parte dei nostri interlocutori, ma che è di una complessità straordinaria, e dove credo che siamo riusciti a ricondurlo a elementi linguistici minimi ma di grande efficacia, per cui metteremo il plastico della stazione metropolitana Manzoni, i modellini di autobus da noi marcati, dei camion dell’Ama, ecc.
Nell’ambulacro sotto l’Ara inseriremo un percorso virtuoso in cui diciamo “trent’anni, i prossimi” dove inseriremo la parola chiave di questa riflessione e che fa parte dell’investimento che vogliamo fare su noi stessi per il futuro».
Per le vostre idee sul cambiamento, cliccate qui.
Per informazioni: www.arapacis.it
Clicca qui per scaricare la locandina.

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