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Ferpi: una proposta di riorganizzazione delle delegazioni

07/11/2013

Tradizionalmente, sin dalla sua fondazione, le delegazioni regionali di Ferpi ricalcano i confini geografici del territorio. E se invece si ipotizzasse un modello che segua le linee tracciate dal tessuto produttivo ed economico? La proposta di _Matteo Belloni._

di Matteo Belloni
Nella – pur recente – esperienza in Ferpi (sono socio professionista dallo scorso marzo) fatta di confronto, relazioni e formazione, ho avuto modo di incontrare una rete di professionalità che vive soprattutto nel costante sforzo di “captare” ciò che pulsa nei nostri territori. Territori maledettamente concreti nella loro urgenza di ripensare i propri modelli di rappresentazione (e comunicazione, aggiungo).
Proprio per questa ragione, che a me è parsa subito nella sua chiarezza in così pochi mesi di frequentazione, neppure troppo assidua, di Ferpi, ho maturato una proposta, un’ipotesi che sottopongo senza particolari obbiettivi, se non quello di gettare luce su un tema che può essere di riflessione per tutti noi.
Laddove presente, la nostra Ferpi è suddivisa per aree regionali – eccezion fatta per il Triveneto e per l’Abruzzo/Molise – per un totale, spero di non sbagliare, di diciassette regioni riunite in quattordici delegazioni.
Un modello che, ovviamente, ha una sua ratio, una sua ragion d’essere derivante da consolidati rapporti, da facilitazioni nell’approccio ai rispettivi livelli istituzionali, ed altro ancora.
Ma nella personale esperienza, la conoscenza di alcuni territori (la Lombardia, il Veneto e l’Emilia in particolare) e delle loro realtà socioeconomiche, mi hanno spinto ad immaginare un modello di organizzazione delle delegazioni non più costruito lungo le linee del modello regionale, ma attraverso quelle tracciate dal tessuto produttivo ed economico.
Parto dall’esemplificare: un nostro associato di Brescia, Cremona, Mantova, ha forse più affinità di approccio, vissuti professionali e reti di relazioni più prossime ad un collega veneto, o emiliano, che della city milanese. Così come un collega di Milano non ha forse più network con un piemontese o un ligure (triangolo industriale, d’you remember)? In filigrana, nella recente discussione della delegazione lombarda ho letto di pensieri che tornano sul tema, così intelligentemente indicato da Aldo Bonomi, delle quattro piattaforme (regione metropolitana, valli alpine, pianura, fascia pedemontana) in cui la Lombardia può specchiarsi, anziché nelle sue dodici provincie. Perché non approcciare così anche il tema regionale? Una delegazione nord-est (in senso largo, con Triveneto, Lombardia sudorientale, Emilia) una nordovest (con Milano, Piemonte, Liguria) e così via anche per il resto del Paese: potremmo discuterne?
Nel tempo delle piattaforme tecnologiche, del web, della gestione virtuale di quella cosa concretissima che è l’economia reale, forse questa è una discussione che verrà presto superata. Ma nell’oggi, sento tutta l’urgenza di una comunità professionale che sia non solo unione di skills tra pari, ma anche comunità di donne ed uomini che parlano una stessa lingua, in un rapporto di reciproca disponibilità.

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