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Il delta del Niger, tra petrolio e conflitti

22/06/2004

A fronte della possibilità di doversi ritirare dalla Nigeria entro la fine del 2008, la compagnia petrolifera tenta di "quantificare" i costi della violenza diffusa nella regione.

Shell potrebbe essere costretta a ritirarsi dalla Nigeria entro la fine del 2008 a causa della violenza diffusa nel delta del Niger, la regione petrolifera. La notizia, emersa da indiscrezioni, è stata smentita dalla compagnia petrolifera che per l'occasione ha commissionato un rapporto (http://www.shell.com/static/nigeria/downloads/pdfs/annualreport_2003.pdf) a un gruppo di esperti in «soluzione dei conflitti» di fama internazionale (la ditta Wac Global Services, che ha sede in Nigeria). Shell vuole così «capire meglio come le nostre attività sono influenzate dal conflitto e come vi contribuiscono».In questa ultima frase c'è il senso più profondo del rapporto e della strategia della compagnia petrolifera che tenta di quantificare i costi della violenza nel Niger (9 milioni di barili persi e 43 milioni di mancata produzione), prende atto degli sbagli commessi e cerca di rimediare agli effetti collaterali di una lunga e discussa presenza in quest'area territoriale. Il dato più significativo è che, come Shell stessa ammette, la ricchezza diretta e indotta portata dal petrolio è appannaggio delle élite, mentre la maggioranza dei nigeriani protesta per  inquinamento e militarizzazione, oppure si dedica al contrabbando. In ogni caso la ricchezza dell'oro nero genera conflitti sociali.La Shell estrae petrolio dal delta del Niger sin dal 1958. Secondo le associazioni che guidano la protesta "fuoriuscite di petrolio, fiamme continue ed altre operazioni a forte impatto ambientale, hanno devastato la natura di questa regione e seriamente danneggiato la salute e le possibilità di sopravvivenza delle popolazioni locali".Il rapporto della Shell, datato dicembre 2003, fa un bilancio della situazione e sostiene che talvolta la società  ha alimentato il conflitto nel modo in cui ha distribuito i contratti e ha trattato con i rappresentanti delle comunità. Per il momento comunque un dato è certo: Shell non lascerà il paese africano, che incide per il 10% sulla sua produzione annuale.Nel frattempo Shell finanzia moltissimi programmi locali: impegno nella costruzione di opere nei villaggi vicini, sostegno alla lotta contro la malaria, all'agricoltura, eccEmanuela Di Pasqua - Totem

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