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Il giornalista del 21° secolo: relatore pubblico di giorno, reporter di notte?

04/06/2009

Oggi che il web continua a modificare i connotati del mercato dell’informazione, un giornalista professionista riesce ancora a guadagnarsi da vivere? Licenziamenti e chiusura dei giornali hanno costretto redattori e direttori a diventare creativi per riuscire a sbarcare il lunario. Forse ci vogliono regole nuove per quei professionisti che sanno sia riportare fedelmente una notizia sia dargli il taglio proprio del relatore pubblico.

di Renay San Miguel


Forse è un altro esempio di come le grandi menti pensino tutte allo stesso modo – o, nel mio caso, non tanto grandi menti quanto tanti che la pensano come Edward Wasserman, un professore di giornalismo alla Washington and Lee University e redattore in una agenzia di stampa nazionale.


Questa settimana avevo proprio l’intenzione di discutere la migrazione forzata dei giornalisti a spasso e di cosa potrebbero fare per guadagnarsi la pagnotta. Ormai sappiamo tutti quali sono i fattori in gioco: introiti pubblicitari in caduta, business plan dei media tradizionali in perdita, predominio di Internet quale fonte alternativa di notizie.


Sono sempre più i giornalisti, anche tra quelli di livello, che prendono in considerazione quanto sino a ieri sembrava impensabile: passare dalla vituperata Altra Parte, quella delle relazioni pubbliche. Ci pensano proprio, se già non hanno fatto il passaggio perché sono stati licenziati.


Ho detto al mio direttore che volevo lanciare una provocazione: suggerire ai giovani giornalisti freelance di trovarsi un lavoro diurno che li aiutasse ad arrotondare lo stipendio – sì, persino nelle rp – avviando un blog o entrando in un sito web di news già esistente nella loro città/comunità/quartiere che gli consenta di tirare avanti. Questo lavoro dovrebbe assolutamente essere pagato pochissimo, se non addirittura essere non retribuito.


Volevo anche evidenziare che in questa fase economica, per questi giornalisti, qualche vincolo etico dovrebbe essere allentato. Possono ‘manipolare’ per le imprese, ma devono poi astenersi dallo scrivere articoli su di esse. Ci vogliono nuove regole. La trasparenza deve essere la chiave. Va giudicato il lavoro, non il giornalista, ecc.


Questo è quello che ho proposto al mio direttore martedì mattina. Meno di mezz’ora dopo ho controllato i miei messaggi trovando l’articolo di Wasserman sul sito della Society for Business Editors and Writers (SABEW): ‘Keeping It Honest in a Freelance World.’ (“Mantenere l’onestà in un mondo di freelance”).


Fantastico. Scovato da qualcuno che Mike James, direttore dell’ormai traballante Newsblues.com, pensa possa essere uno che passa la maggior parte del suo tempo tra i canali di news e oggi pagato solo per starsene lì a pensare ‘in termini giornalistici’. Forse anche un Twitter-dipendente.


All’inizio avevo deciso di scrivere di qualcosa d’altro, ma poi non ci ho ripensato e ho deciso di utilizzare l’ottimo articolo di Wasserman, con le sue raccomandazioni per un nuovo codice per il settore dell’editoria, come punto di partenza anche per affrontare la tematica più da un punto di vista del giornalista freelance. Wasserman è uno che ha un ottimo lavoro a tempo pieno, tra l’altro.
Invece, Linda Thomas ed io no. Siamo giornalisti freelance (evviva la ‘trasparenza’!)


Il Freelance Balancing Act


“Nelle sue raccomandazioni parla di trasparenza e io credo che sia importante”, mi ha detto la Thomas, che tiene il blog “The News Chick” e che si occupa di media su SeattlePI.com, quanto resta on line del Seattle Post-Intelligencer, recentemente chiuso.
Questo blog è solo una delle oltre dodici collaborazioni che ha come freelance e che vanno da agenzie stampa a giornali locali a riviste regionali sino ad un paio di stazioni radio. Ha vinto premi, lavora regolarmente – ed ha anche qualche consulenza per le rp con grandi imprese. Si è quindi già trovata ad affrontare la questione trattata nell’articolo di Wasserman.


Chi fa parte della nuova generazione di giornalisti freelance è “continuamente sotto pressione”, dice Wasserman, “dovendo approfittare delle proprie capacità per guadagnarsi da vivere attingendo a numerose fonti. Lo stesso giornalista può trovarsi a scrivere un articolo per il nuovo sito web locale sulla banca di quartiere che ha dovuto chiudere, ad insegnare al college cittadino, a scrivere i testi per una brochure per una società di rp che ha un contratto con un gruppo immobiliare locale, a preparare, da ghost-writer, un intervento per un ex governatore – e a darsi da fare per cercare di ottenere un lavoro a tempo pieno come addetto stampa di un candidato al congresso che non si è ancora rivelato”.


Lo definisce ‘il modello op-ed passato dalle pagine di opinioni alle news’, visto che i collaboratori non sono legati all’editore da un contratto a tempo indeterminato e che i direttori avranno non poche difficoltà a determinare i vincoli etici.


I tempi in cui si scriveva per un solo direttore di un’unica organizzazione editoriale sono ormai finiti, concorda la Thomas. Afferma che il suo lavoro per le istituzioni – un modo totalmente diverso di scrivere – la rende libera da vincoli economici e finanziari consentendole di ‘stare’ sui fatti. E l’essere sincera sui suoi committenti è indispensabile a garantirle credibilità.


“Se ti occupi di qualcosa e tutti lo sanno – non nascondo niente, ecco per chi lavoro ed ecco quello che faccio – è più facile”, dice la Thomas, “bisogna rivelare tutto, anche i conflitti solo percepiti. Quando scrivo un blog con informazioni commerciali segnalo sempre anche per chi lavoro. Se i lettori sanno, sin dall’inizio, come stanno le cose, tendono ad accettarle. Se invece non lo sanno e lo scoprono in un secondo momento, lo consideraranno non etico”.


La sfida, per la Thomas, è tenere separati i suoi ruoli di rp e di giornalista, ma forse non come potreste pensare. “Non c’è un vero conflitto nel fatto di dover scrivere una storia in termini di relazioni pubbliche. Per quanto mi riguarda, se [il mio cliente] fa qualcosa che mi sembrerebbe degno di essere raccontato, non lo faccio, perché starei oltrepassando i limiti che mi sono imposti. Vorrei proprio raccontarlo, ma non posso. Ecco dove segno il mio limite personale. Mi dico ‘No, mi pagano e quindi meritano la mia lealtà’”.


Come me, la Thomas si è dedicata alla parte digitale e pensa che molti giornalisti dovrebbero fare lo stesso, ma concorda anche sul fatto che la mancanza di un modello di business, nel breve periodo, non ne attirerà molti altri.


“I blog migliori sono quelli gestiti da giornalisti,” afferma, “ma non sono sicura che saranno disposti a pagare per quello che vogliono fare”. E c’è anche la predisposizione genetica di molti giornalisti ad evitare le relazioni pubbliche come la peste.


“Di solito non si va a fare i giornalisti per caso”, _dice la Thomas. _“Si viene chiamati a farlo, e piace davvero. Quando invece ci si trova ad assumere un incarico di rp, si finisce per essere quasi rassegnati. Quelli che fanno bene le rp non dimenticano mai la loro anima di giornalista e neppure quello che le persone vogliono sentire e come devono trasmettere quella informazione. E’ possibile passare dall’altra parte ed avere lo stesso una vita felice. Credo solo che non ci saranno molti giornalisti che vorranno farlo”.


Può essere un punto controverso. “Comunque, di questi tempi, non sono davvero tanti i lavori di rp a disposizione,” conclude.


Le nuove regole del freelance


Wasserman mette a punto alcuni post-guida da sottoporre a scrittori e direttori e, ovviamente, la trasparenza riveste un ruolo importante, senza però esagerare con il rischio di creare confusione nei lettori. Potenziali conflitti e il rischio di doversi scusare per aver scritto una storia commissionata devono essere confinati tra il freelance e l’organizzazione giornalistica. I freelance devono vigilare su loro stessi e sugli altri.


Ok, ci siamo. So che di questi tempi il terreno comincia a farsi scivoloso, ma credo di farcela. Voglio occuparmi di notizie di attualità che riguardano la tecnologia e i media, ma credo di avere anche molto da dire sulle strategie per i contenuti digitali e i social media dal punto di vista del relatore pubblico.
Come ho già detto numerose volte, quello che conta è la storia che si racconta, indipendentemente dal fatto che si tratti di un articolo per un giornale o per un blog istituzionale. Se scrivo per quella società non scriverò su quella stessa società. Scriverò sul settore economico: l’avere collaborato con quella società me ne avrà dato una visione particolarmente approfondita.


Siccome qui si parla di conversazione, sono aperto a qualsiasi suggerimento su come addentrarsi in questo territorio nuovo e non penso sia necessario essere un giornalista di primo piano per dare dei suggerimenti.


Ovviamente, tutto questo risulterà inutile se a qualcuno verrà in mente di proporre un modello di business informativo on line che riporta i giornalisti ad un tradizionale rapporto con contratto regolare a salario fisso. Per concludere vi riporto il titolo, che non voglio commentare, di un’altra segnalazione che ho ricevuto: ‘Why Journalists Deserve Low Pay’ (“Perché i giornalisti meritano di essere pagati poco”): è un articolo del Christian Science Monitor di Robert G. Picard, professore di economia dei media alla Jonkoping University svedese.



tratto da TechNewsWorld


(traduzione F.C.)

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