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Il nuovo ruolo delle Relazioni Pubbliche

23/10/2009

Dalla collaborazione tra Ferpi e Ministero degli Esteri emergono nuovi e interessanti elementi concettuali per le Relazioni Pubbliche. Diplomatici e relatori pubblici, un percorso in parallelo verso la public diplomacy e la stakeholder relationship governance.

Uno stato nazionale, un governo, è – di fatto – un’organizzazione complessa che intrattiene relazioni con decine di migliaia di stakeholder e pubblici influenti. Tra esse hanno un ruolo fondamentale le relazioni internazionali, affidate alle ambasciate e ai consolati e al personale diplomatico. Relazioni che vanno ben oltre i rapporti istituzionali e la rappresentanza in senso stretto. Di fatto i diplomatici svolgono un’azione strutturata di relazioni pubbliche che deve rispondere a politiche ben definite e precise strategie in modo da assicurare un reale dialogo con i pricipali stakeholder di quel Paese estero in cui operano a nome del proprio Stato o Governo.


Ciò presuppone un ripensamento della governance delle strutture diplomatiche e della formazione del personale stesso nell’ottica delle relazioni pubbliche. Da queste premesse è nato il progetto di collaborazione tra l’Istituto Diplomatico del Ministero degli Esteri Italiano e la Ferpi che, dopo un primo corso tenuto nel mese di marzo, è ripreso dopo l’estate con una serie di workshop sulla public diplomacy e le nuove dimensioni della professione del diplomatico cui stanno partecipato 28 giovani vincitori del concorso diplomatico.


Nell’attuale contesto internazionale, la diffusione presso i cittadini di altri Stati della conoscenza dei valori, dell’identità e delle politiche del nostro Paese è ormai un obiettivo primario, che può essere più efficacemente perseguito mediante l’interazione tra Governo e imprese, tra settore pubblico e settore privato.


Nel secondo incontro Toni Muzi Falconi e Fabio Ventoruzzo per Ferpi e Giovanni Moro (presidente di Fondaca, fondazione per al cittadinanza attiva) hanno discusso di come riuscire ad ottenere un’efficace governance delle relazioni con i pubblici/stakeholder di altri Paesi. Sono state esplorate le vicinanze e le distanze fra le competenze richieste al diplomatico nel 2010, quelle che venivano richieste solo una ventina di anni fa con quelle che venivano richieste al relatore pubblico nei due lassi di tempo. Molte le sovrapposizioni, ma anche parecchie le differenze.


“Dopo una breve premessa sulle tre diverse scuole di Public Diplomacy (Realismo, liberalismo internazionale e globalismo sociologico) abbiamo presentanto loro l’idea di questa disciplina riletta alla luce delle relazioni pubbliche – afferma – la Public Diplomacy è una attività sistemica e integrata (caratteristica di ogni organizzazione pubblica, privata e sociale) per creare, governare e monitorare l’efficacia dei sistemi di relazioni con le comunità di stakeholder di altri Paesi, ascoltandole preventivamente e identificando le loro aspettative. Come per le relazioni pubbliche – dunque – il diplomatico e la struttura a cui esso appartiene, nel relazionarsi con i suoi pubblici deve svolgere un ruolo riflettevo e un ruolo educativo. Nel primo i diplomatici interpretano il ruolo di analisti, osservando i cambiamenti sociali nel Paese ospitante e interpretando le aspettative degli stakeholder locali per riportarle ai propri Governi, migliorando così la qualità dei processi decisionali. Per quanto attiene, invece, al ruolo educativo i diplomatici supportano le altre funzioni del proprio Paese diffondendo e stimolando le competenze per migliorare i sistemi di relazioni attivati con i rispettivi stakeholder di riferimento.”


Questo nuovo approccio implica un fondamentale cambio di paradigma nell’attività diplomatica che diviene strategica, non solo da un punto di vista istituzionale, per un Paese.


“Così come per qualsiasi altra organizzazione che vuole rappresentare adeguamente i propri interessi – continua Muzi Falconi – la struttura diplomatica e il proprio personale deve tendere a costruire spazi (reali e virtuali) che permettano agli stakeholder di relazionarsi direttamente tra loro e con l’organizzazione, passare cioè d un’adeguata stakeholder relationship governance. Ciò implica una nuova visione sistemica (organizzativa e sociale) della Public Diplomacy, basata su quegli elementi che ben conosciamo:



dialogo e comunicazione con i pubblici
relazioni tendenzialmente simmetriche
trasferimento di contenuti anzichè di messaggi
responsabilità (la cultura dell’attuazione anziché quella dell’annuncio: “walk the talk”)
prevalenza dell’interesse pubblico (sugli interessi sia dell’organizzazione che degli stakeholder)



Secondo questi criteri il valore della Public Diplomacy è determinato dalla qualità (costantemente monitorata) dei sistemi di relazione sviluppati da una organizzazione con i pubblici di altri Paesi”.


Leggi qui tutto l’intervento.


di Giancarlo Panico

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