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Lobbista non è una parolaccia

22/11/2013

Come sta il lobbying in Italia? Non troppo bene. Certamente non gode di buona fama. Il commento (tra il serio e il faceto) di _Gianfrancesco Rizzuti_ e una provocazione… da tenere in considerazione.

di Gianfrancesco Rizzuti
A lobbbbbistaaa! No, non l’ho mai sentito, a Roma, questo “epiteto”. Però, a forza di alimentare pregiudizi, qualcuno prima o poi lo urlerà, nel traffico attorno a Palazzo Chigi. E magari, ad “insolentire” il malcapitato professionista di turno con ventiquattrore, sarà un tassista. Forse, il fatto di non averlo scritto in faccia, o su un badge, di essere un “soggetto che esercita un’attività pubblica e trasparente per influire sugli esiti di un processo decisionale pubblico” (dal Glossario del sempre attuale Governare le Relazioni di Toni Muzi Falconi) non fa godere di buona fama. Ci mancava anche il Corriere della Sera di lunedì scorso 11 novembre, che ha sbattuto il “mostro lobbista” in prima pagina.
La conferma del cattivo stato di salute reputazionale arriva da Coverage della parola lobby nei principali giornali italiani, ricco e documentato articolo di Marco Mazzoni, pubblicato su Problemi dell’Informazione (aprile 2013).
Mazzoni (Università di Perugia) analizza la copertura giornalistica della parola lobby su tre quotidiani nazionali – Corriere, Repubblica, Stampa – durante dodici anni, dal 2000 al 2011, periodo considerato dall’autore come quello nel quale si è maggiormente diffusa nel nostro Paese l’attività di lobbying. Non so se questo sia vero, certamente 144 mesi sono un lasso di tempo sufficientemente lungo per verificare trend, fare, verificare e in caso disfare ipotesi di ricerca.
L’ipotesi era questa: i media sono una cassa di risonanza di una percezione negativa delle lobby? Se la risposta fosse positiva, “ci troveremmo di fronte ad un altro importante ostacolo al radicamento della lobby”. La tecnica dell’analisi del contenuto una risposta l’ha data e l’anticipo subito ai lettori di Ferpi: sì.
Dai dati analizzati emerge infatti che la parola lobby, per come è utilizzata dai quotidiani, ha soprattutto una connotazione negativa. Perché? Le spiegazioni sono varie. Tra di esse, il parallelismo e la dipendenza tra giornalismo e politica (Hallin, Mancini, 2004), che spinge i gatekeeper dell’informazione a riconoscere ai partiti un ruolo di rappresentanza delle richieste che provengono dalla società civile, di norma frenanti rispetto al processo decisionale pubblico. Quando le istanze sono di promozione, dinamismo, ricerca di interesse pubblico la stampa preferisce non ricorrere al termine lobby, e usa altri termini. Insomma, ignorando le etimologie, la parola diventa una… parolaccia.
Questo apre ad almeno un paio di considerazioni. La prima: i mass media rallentano il radicamento di una cultura delle lobby e aggiungono neve alla valanga di pregiudizi che precipitano lungo il pendio della percezione. E il ripetere il termine in un certo contesto lo appesantisce sempre di più. La seconda: se la percezione sul fenomeno è così negativa, vuol dire che forse lobby e lobbisti ci hanno messo del proprio e hanno trasmesso nel tempo un’immagine “ostacolante”, “corporativa”, di “sistema chiuso”. A differenza della percezione delle istituzioni che “subiscono” il fenomeno lobbistico, cosiddette “lobate” e che vengono considerate invece fin troppo permeabili. Questo significa che il calzolaio ha le scarpe rotte: il lobbista, in altri termini, non riesce ad agire sulla propria reputazione di settore, sul proprio brand equity. Su entrambe le questioni l’assenza di regolamentazione ha un peso: la trasparenza farebbe di certo bene alla reputazione, anzi, le due simul stabunt, simul cadent. E in questo senso e periodo, cadent.
Inoltre, Mazzoni documenta che il pre-giudizio anti lobby è vero soprattutto se riferito a quelle categorie che fanno le barricate su singoli provvedimenti in difesa di istanze e interessi ben definiti. Alcune professioni, alcune categorie vengono pertanto percepite senz’altro come corporazioni? Probabilmente, riecheggiando in parte le tesi di Olson e quelle più recenti di Rauch sulla “demosclerosi”, quando ci si impunta su “single issue” si viene percepiti più nettamente come “casta”, soggetto collettivo che difende privilegi corporativi, mentre rappresentanze di interessi giudicati più compositi ricevono più favorevolmente una “legittimazione a rappresentare”.
E’ il caso di rassegnarsi, perché nonostante tutti gli impegni a nobilitare e rendere fisiologico il processo lobbistico e chi lo declina a livello individuale e collettivo il pregiudizio non si schioda e anzi cresce? Forse. Il fatto è che il lobbismo non può pretendere di avere buona fama se poi molti comportamenti, uso un eufemismo, non brillano per trasparenza. La considerazione poi che il Paese sia da tempo in un’impasse, che da questa maledetta crisi non si esca appesantisce la situazione, perché l’immobilismo può essere percepito come risultato di un tiro alla fune tra parti sempre contrapposte che, spossate, non riescono a trovare un accordo per spingere tutti insieme o di qui o di lì. L’uscita dalle secche di questi anni faciliterebbe un miglioramento della reputazione della lobby, perché sarebbe avvertita come parte di un meccanismo che si rimette in moto (non nonostante, ma) grazie anche ad essa.
Se tutto questo non accadrà, resta una mossa plateale: la prima-prossima volta che a qualche rappresentante di interessi viene rivolto l’insulto “ a lobbbbbistaaa” davanti al Parlamento, che costui si indigni, minacci e avvii querele, come se lo si fosse definito faccendiere, sottobraccista, o qualcosa di peggio! Apparentemente riconoscerebbe il carattere d’insulto alla parola, ma avvierebbe una discussione pubblica su cosa sono e non sono la lobby e il processo decisionale pubblico. E chissà se la magistratura è un tantino più avanti della stampa nella maturazione semantica di alcuni termini. Sono provocatorio? Certo! Paradossale? Di più, di più! Ma se decenni di tentativi di legittimare con “le buone” la parola lobby sono falliti, e se l’atteggiamento degli stessi intellettuali è critico, ci sarà pure una ragione. Anzi, abbiamo visto, diverse. Lasciamo che a scovarle, o a smentirle, sia un giudice. Ce ne sarà pure uno a Roma. Del resto, non sarebbe il primo caso di parole e parolacce dette e interpretate dinamicamente dai magistrati, in specie dalla Cassazione che talvolta conferma condanne, altre assolve negando ingiuria e diffamazione. Sarebbe divertente (anche per la “false friendship” da bocciatura ad un esame di relazioni pubbliche…) che a fare da “advocacy” (che non è avvocato … ) per un pr fosse… un giudice.
C’è qualche lobbista volontario pronto ad immolarsi e inscenare platealmente un’offesa con relativa indignazione?
Un’ultima questione, seria, da raccomandare a Mazzoni e agli studiosi: a quando un’analisi applicata ai social media?

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