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Manovra fiscale: a rischio la trasparenza delle istituzioni

28/06/2010

Il problema vero legato ai tagli alle attività di comunicazione previsti nella manovra fiscale è di carattere culturale, e cioè la scarsa comprensione del ruolo della comunicazione al servizio di un valore vero, il corretto rapporto Stato-cittadini. Lo sostiene il presidente di Assorel _Beppe Facchetti._

di Beppe Facchetti
Presidente Assorel
L’aspetto più preoccupante del decreto Tremonti sulla manovra economica biennale, per la parte che riguarda la comunicazione pubblica, non è tanto quello quantitativo, che pure sembra ispirato ad una rozza esibizione “muscolare” di presunta capacità di tagliare in modo indiscriminato.
Il problema vero ci sembra di carattere culturale, e cioè la scarsa comprensione del ruolo della comunicazione al servizio di un valore vero, il corretto rapporto Stato-cittadini.
Se nel settore privato, la comunicazione è un fattore della produzione, come il lavoro e il denaro, nel pubblico questo è altrettanto vero, ma è ancor più importante, perché tocca appunto una relazione decisiva per una democrazia, quella del potere che “spiega” e motiva le proprie scelte ai cittadini-elettori.
Si potrà mille volte discutere sull’uso di parte che la comunicazione pubblica può fare dei propri investimenti comunicazionali, a vantaggio cioè della parte politica che in quel momento governa, ma certamente – accanto a questo rischio, che è anch’esso un rischio per la democrazia, correggibile solo con il voto – vi sarà almeno il vantaggio-chiave di una società aperta: la conoscenza.
Se invece, nelle scelte di Governo, prevale la cultura della comunicazione come valore effimero, che ci si può forse permettere solo quando le cose vanno bene, ma che va tagliata quando c’è una crisi, si fa lo stesso errore che fanno le aziende che tagliano la pubblicità e le relazioni pubbliche quando la congiuntura è negativa. Con la differenza che là è in gioco una presenza sul mercato, qui è in gioco la trasparenza delle istituzioni.
Nella manovra 2010/2011 non riusciamo a tranquillizzarci su un fatto, e cioè che l’uso di parole rispettabili e importanti come “relazioni pubbliche”, “pubblicità”, “sponsorizzazioni”, “rappresentanza”, sia fatto come per puntare il dito su attività secondarie, superflue, se non addirittura di valore negativo. Da additare alla pubblica opinione, per dire: guardate che qui si annida uno spreco fatto di narcisismo della politica.
In fondo dovremmo essere contenti, noi che ci occupiamo di RP, che per la prima volta una legge dello stato utilizzi correttamente un’espressione come “relazioni pubbliche”. Non l’avevamo quasi mai trovata quando si trattava di indire un bando di gara di comunicazione; quanto ci siamo lamentati del fatto che la burocrazia continui a non capire la differenza tra pubblicità e rp?
Dovremmo essere contenti, ma non lo siamo, non solo perché il riconoscimento per la nostra professione arriva beffardamente il giorno in cui si deve tagliare ed escludere, ma soprattutto perché non riusciamo a liberarci del dubbio che – dietro tutto questo – vi sia un pregiudizio superficiale.
C’è addirittura una norma, nella legge, che sanziona come violazione del contratto di lavoro il tempo che un dipendente pubblico dedica ad esempio ad una cerimonia interna, chessò la premiazione dei lavoratori anziani!
Naturalmente, come Assorel e come Confindustria servizi Innovativi e tecnologici, nel fare “lobby” sul decreto, abbiamo cercato di spogliarci da questi pregiudizi, per non cadere a nostra volta nello stesso errore.
Per questo, abbiamo cercato di prendere sul serio le indicazioni, anche le più grossolane, condividendo comunque l’obiettivo di una risposta seria alla crisi internazionale, e abbiamo lavorato – e lavoriamo – per migliorare ciò che può esserci di buono, secondo uno spirito costruttivo.
Abbiamo per esempio sostenuto che dai tagli debba essere escluso tutto ciò che è espressamente previsto da una legge dello Stato. Ci sono campagne di comunicazione (spesso di relazioni pubbliche) che sono sacrosante, per un ente pubblico, e che sono giustamente richieste dalle leggi. Prevenire gli infortuni sul lavoro, diffondere l’educazione stradale nelle scuole, aiutare la coscienza e la conoscenza di elementari norme di comportamento per la propria salute: tutti temi che le leggi dello Stato (e solo lo Stato può farsene carico) fanno bene a sostenere con opportuni interventi di comunicazione. E’ proprio necessario sottolineare che se il cittadino conosce quel che è opportuno fare, la spesa effettiva totale dello Stato sarà inferiore? Meglio una campagna di comunicazione o una più alta spesa sanitaria, previdenziale, assicurativa?
Abbiamo cercato di far capire che può essere giusto tagliare la sagra della porchetta (che poi è cultura territoriale, è turismo, intendiamoci, ma se si debbono fare sacrifici…), ma non è possibile pensare – ad esempio – al riavvio del nucleare in Italia senza una grande campagna di comunicazione e di dialogo con i cittadini.
Nel quadro di una frenesia sulle quantità, abbiamo cioè cercato di introdurre forti elementi di qualità, perché i tagli “lineari”, a percentuale, producono talvolta il contrario di quel che vogliono ottenere.
Con Toni Muzi Falconi, con Lattanzio di Assoconsult, con D’Onofrio di AISCRIS, con Pileri e Lucarelli di Confindustria abbiamo anche proposto che – indipendentemente dalle quantità decise dal Parlamento – si salvaguardasse almeno la qualità delle scelte.
Abbiamo proposto a Tremonti e a Brunetta di consentire che una task force di nostri esponenti potesse essere chiamata ad assistere (gratuitamente, per carità) i funzionari pubblici quando dovranno operare le scelte previste da questa legge.
A questo Stato che spreca davvero in tanti settori, la comunicazione e la consulenza possono essere gli occhiali per mettere a fuoco davvero i problemi.
Purchè li si voglia vedere.

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