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News(paper) Revolution

18/04/2014

Quali sono le caratteristiche più innovative delle Rete? Come influenzano le modalità di diffusione delle notizie e come possono essere utilizzate al meglio? Sono alcune delle domande a cui _Umberto Lisiero_ cerca di dare risposta a in questo volume, con prefazione di _Angelo Perrino._

di Angelo Perrino
Onore al merito di Umberto Lisiero per avere, con questo libro, molto approfondito, molto aggiornato e molto ben scritto, posto il mondo dell’informazione e dell’editoria e il suo infinito travaglio “post-internettiano” al centro dell’analisi e della discussione.
Onore al merito perché si avverte un gran bisogno di fare il punto. Laddove, come sí sa, i giornali non amano parlare di loro stessi e della propria cucina e i panni sporchi preferiscono lavarseli in casa. Sicché non accadrà mai, potete star certi, che sui giornali, a parte le scaramucce quotidiane da talk e le ditate negli occhi personalistiche o di cordata, si entri seriamente nel merito e si problematizzi il tabù rappresentato dal mondo dell’informazione con analisi approfondite e buoni ragionamenti.
Del resto, come osservava Stendhal, un buon ragionamento offende…
Vediamo allora, con un ragionamento che spero non offenda nessuno, di entrare nel merito della questione dal punto di vista di chi, grazie a una visione premonitrice, quasi vent’anni fa ha avuto la ventura di portare l’informazione italiana nel Web e il Web nell’informazione italiana.
Partirei da un piccolo excursus storico, che aiuta a capire.
C’era una volta, in Italia, l’editoria indipendente, gestita da editori puri e giornalisti liberi e molto fieri e gelosi della propria autonomia.
Oggi l’editoria indipendente non c’è più, liquefatta, sequestrata, archiviata.
Possibile? Sì, certo, possibilissimo.
Tutto è accaduto nei primi anni Ottanta, in modo violento e aggressivo, tra battaglie campali, talora sorde talora sguaiate, carte bollate e tintinnar di manette.
Cacciate di forza o autodissoltesi le grandi famiglie dell’editoria (i Mondadori, i Rizzoli, i Rusconi), la proprietà dei grandi giornali è finita in mano a mondi imprenditoriali e finanziari lontani ed estranei: da De Benedetti (gruppo Repubblica-Espresso) a Berlusconi (Il Giornale e Mondadori), da Caltagirone (Messaggero e locali), a Confindustria (Sole 24 Ore) a Fiat (la Stampa), da Mediobanca a Banca Intesa, da Della Valle ai neoentranti Unipol Coop, sostituti del fallito gruppo Ligresti nel salotto non proprio buono di RCS.
La situazione non è migliore nel comparto televisivo, dove il duopolio Rai-Mediaset, ribattezzato Raiset, l’ha fatta da padrona negli ultimi vent’anni nell’audience e nei ricavi pubblicitari, lasciando agli altri broadcaster briciole di advertísing e ruoli e spazi modesti (ma sta cambiando, per fortuna).
Questo abbrutimento, dicevo, si diffuse come un tumore maligno nell’universo della grande editoria a metà degli anni Ottanta, con la battaglia tra De Benedetti e Berlusconi, espressioni rispettivamente della DC di Ciriaco De Mita e del PSI di Bettino Craxi, ín acerrima lotta tra loro per il predominio politico, che passava anche per il controllo della grande stampa, in quel momento focalizzata sulla contesa per la conquista della conglomerata Mondadori-Espresso.
Se Segrate, sede della casa editrice di Panorama, finita sotto assedio piangeva, qualche chilometro più in là, alla RCS-Corriere della Sera, partiva la scalata vincente della loggia massonica P2 di Licío Gelli alla maggiore casa editrice italiana e l’attacco all’omonima famiglia proprietaria.
Caddero così storici presidi di editoria pura e si diffuse come un virus quella brutta galleria dí giornali e giornalisti Comprati e Venduti (come sintetizzò bene Giampaolo Pansa in un suo libro-denuncia) alle rispettive nuove proprietà che ancora oggi produce i suoi effetti devastanti in termini di riduzione (o addirittura, secondo alcuni, di scomparsa) della libertà di stampa, uno dei valori di base di una moderna società civile e democratica.
Risultato, giornali (e telegiornali) stuprati dai nuovi padroni della finanza nella propria autonomia e costretti progressivamente a rinunciare alla loro mission — quella dí informare con obiettività e completezza la pubblica opinione e fare da cane da guardia del potere — per trasformarsi nascostamente, secondo i desideri aggressivi e senza scrupoli dei finanzieri-editori, in strumenti di guerra e di lobbying di fazioni industriali e clan politici in lotta tra di loro per il potere. Con rispettivi giornalisti al seguito.
Poi però, per fortuna, a sparigliare tutti í giochi e a rimescolare le carte, a metà degli anni Novanta è arrivata come un terremoto internet, la Rete delle reti, in verità misconosciuta e sottovalutata dai più.
Una bomba, una rivoluzione profonda e pervasiva che ha riaperto tutti i giochi rompendo la cappa di conformismo e opportunismo impadronitasi in modo letale dell’editoria italiana.
La grande Rete, cioè la scoperta che i computer potevano dialogare tra di loro, ha rappresentato, in sostanza, la straordinaria possibilità di produrre e distribuire l’informazione in modo nuovo e diverso: ín tempo reale, senza limiti di spazio, low cost e interattiva, ossia con la partecipazione dei lettori, non più relegati, come in passato, nel ghetto delle Lettere al direttore ma protagonisti e coproduttori dei contenuti dell’ informazione. È finita così la rendita dí posizione dei marchi storici dell’editoria e si sono aperti molti potenziali spazi per nuovi soggetti editoriali, non compromessi né contaminati, indipendenti, liberi.
Tutto a posto, dunque? Niente affatto. Gli spazi ci sono e la domanda di nuova informazione da parte del pubblico anche. Ma tra il dire e il fare… cos’è che non va?
Scarseggiano le nuove iniziative editoriali e giornalistiche, i progetti imprenditoriali, gli investimenti coraggiosi, le idee creative, i personaggi originali e sanamente anticonformisti.
Sono rari, insomma, i casi come quello di Affaritaliani.it, il primo quotidiano onlíne, in Rete dall’i 1 aprile 1996 (data della registrazione della prima testata esclusivamente “internettiana” in Europa) oggi in grado di competere, per audience, credibilità e peso, con le grandi testate storiche dell’editoria italiana.
Già, ma perché pur essendosi create con internet le condizioni per il proliferare di nuovi giornali, il bilancio delle nuove iniziative è così magro e asfittico? Semplice: perché non vi sono le condizioni generali e di sistema favorevoli; manca cioè il clima adatto alla semina, alla nascita e al consolidamento di nuovi giornali digitali.
Il mercato pubblicitario solo ora, emancipatosi dagli obblighi totalizzanti del duopolio Raiset, comincia a guardarsi intorno e a scoprire che ormai internet conta più utenti della vecchia tv. Anzi, la Rete offre strumenti molto più precisi di segmentazione e di ritorno dell’investimento pubblicitario aziendale. Risulta perciò difficile per i pianificatori dei centri media, gestori pressoché sconosciuti al grande pubblico dei budget di investimento in advertising e veri detentori del potere di vita o di morte dei giornali, continuare a ignorare internet, a cui, in questi vent’anni, hanno destinato solo le briciole della grande torta dello spot, impedendo dí fatto la crescita del comparto e l’avvio di nuove iniziative.
E, insieme con la carenza degli investimenti pubblicitari, mancano le condizioni propizie all’affermarsi di buone pratiche ispirate al coraggio imprenditoriale e manageriale, al rischio e al merito.
Sicché, se è vero che nascono tanti piccoli giornali curati e ben fatti, è anche vero che essi vivono una breve vita, grama e clandestina, oberati da asfissianti oneri e vincoli legislativi, burocratici, fiscali, sindacali e previdenziali. E prima o poi ammainano le bandiere e gettano la spugna.
Ecco, è qui che bisogna intervenire per mettere insieme una diagnosi corretta e una terapia vincente. Devono farlo tutti, gli editori e i giornalisti, i manager e i sindacalisti, gli investitori pubblicitari e i centri media. E anche, se non soprattutto, i lettori devono far sentire la loro voce, incentivando la qualità e scoraggiando la fuffa. Ma soprattutto devono focalizzarsi le istituzioni, il governo e íl parlamento, la politica, varando iniziative incisive e urgenti, alcune delle quali, sulla base di una lunga esperienza, ci permettiamo di proporre:

meno tasse, specie nei primi anni di vita della neo-impresa editoriale, con abbattimento di Iva, Irap e Irpeg;
meno contributi previdenziali, magari sui nuovi assunti, specie se inoccupati o sottoccupati;
estensione delle stesse agevolazioni tariffarie già previste per l’editoria tradizionale;
incentivi fiscali alle fusioni e alle aggregazioni;
credito agevolato per le nuove imprese;
creazione di un fondo pubblico di venture capital;
inclusione delle testate online tra quelle che possono ospitare la pubblicità legale e finanziaria;
stralcio al contratto nazionale di lavoro giornalistico che tenga conto delle specificità del lavoro nelle testate online, dall’orario alle mansioni, fino ai nuovi profili tecnico-professionali.

Queste misure possono davvero scuotere il torpore finora prevalente e stimolare la nascita dei Mondadori e Rizzoli del terzo millennio.
Sarebbe un cospicuo valore aggiunto per l’intero Paese: la presenza di tanti giornali indipendenti incrementerebbe il tasso di trasparenza e pluralismo del sistema e favorirebbe nuove narrazioni, nuove gerarchie delle notizie ed elaborazioni dei significati, premesse indispensabili per quell’ormai ineludibile cambiamento e rinnovamento, anche di classe dirigente, di un paese allo stremo ma pronto a quella svolta etico-politica alla quale una pluralità di nuovi soggetti editoriali può liberamente e autorevolmente concorrere.
Einaudi diceva che per deliberare bisogna conoscere. Bene, questo libro di Lisiero rappresenta quanto di più completo, obiettivo e rigoroso sia stato scritto in Italia in materia di editoria digitale.
Apprezzo in particolare il grande rispetto che egli riserva al giornale, alla professionalità giornalistica, alla sua “tecnicalità”, alla sua deontologia. Valori messi ín ombra dalla falsa idea che nell’era dei social network sfamo tutti giornalisti e tutti produttori di contenuti.
Non è così e l’autore lo spiega molto bene. Da qui la gratitudine dí chi, come me, crede profondamente nel mestiere di giornalista e nel ruolo del prodotto giornale, alla cui rifondazione ha dedicato un progetto che vale una vita.
Se nella società liquida del terzo millennio va diffondendosi una sorta di disordine cognitivo figlio della marmellata mediatica dí questi anni, ciò è dovuto proprio al disconoscimento del ruolo fondamentale di gatekeeper dei giornalisti e dei giornali.
Ieri di carta, oggi elettronici, digitali, multimedialí.
Ma ora finalmente e anche grazie a lavori seri e documentati come questo, le cose stanno cambiando.
Buona lettura, dunque, e ad maiora.

News(paper) Revolution
L’informazione online al tempo dei social network
U. Lisiero
Fausto Lupetti Editore, 2013
pp. 205, 15,00 €

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